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mercoledì 7 luglio 2010


Cos'è l'ansia
L'ansia è una risposta sostanzialmente fisiologica ad una sollecitazione interna o esterna che il cervello riceve. La percezione che normalmente si ha dell'ansia è, nel linguaggio comune, di qualcosa di fastidioso, che procura disagio o addirittura sofferenza nell'individuo.
Ogni giorno almeno dieci persone ci rispondono alla fatidica domanda Come stai? con una risposta che ci fa capire che sono ansiosi.
Sto correndo per non perdere l'autobus, Ho un appuntamento tra dieci minuti, Voglio arrivare in tempo per federe la partita, Scusa, ma mi chiudono i negozi, oppure Domani ho un esame, chissà… .
Tutti questi nostri amici e noi stessi sappiamo che per realizzare tutte quelle cose abbiamo assolutamente bisogno di una spinta, di una sollecitazione che ci muove e ci fa selezionare gli stimoli con attenzione. In realtà non potremmo vivere senza ansia: immaginiamoci ad attraversare la strada, ad aprire una porta in risposta al campanello, a prepararci per un esame. Senza l'ansia tutti questi comportamenti non potrebbero prevedere la capacità d'adattamento per rispondere ad uno stimolo che compare, talvolta d'improvviso a modificare i nostri equilibri, mentre altre volte lo conosciamo in anticipo e dobbiamo solo organizzarci. Esiste quindi una condizione connaturata con l'individuo, fatta di attese, di preparazione, di sforzo, che fornisce una risposta a ciò che internamente o esternamente ci sollecita. L'ansia nasce quindi anche dai ricordi o dalle emozioni, dalla elaborazione di quello che ci è successo in passato o che potrà accaderci in futuro. E poi c'è quella forma di ansia del tutto sconosciuta e maldestra, che proviene dall'inconscio, che non sappiamo razionalizzare e che ci attanaglia perché sfugge ad ogni identificazione. Paradossalmente questa condizione di tensione è quella che corrisponde all'equilibrio. Non potremmo vivere senza questa situazione squilibrata di equilibrio. Eppure il più delle volte non ce ne rendiamo conto: ci aspetteremmo che il benessere venga dall'assenza di stimoli, mentre questa condizione ideale corrisponde solo alla non esistenza. Il sonno stesso, ritenuto come una condizione di allontanamento dagli stimoli esterni, è invece un immenso crocevia di sollecitazioni inconsce e di elaborazioni necessarie per la vita della nostra esistenza. Bisogna quindi effettuare una sostanziale divisione tra ansia fisiologica o normale e ansia patologica. L'elemento che li distingue è la percezione che noi riceviamo dal cervello e dal corpo che lo stato di attesa è solo un punto di passaggio, un ponte capace di farci nuovamente reagire, che ci rende pronti ad una sollecitazione che ci stimola. La differenza fondamentale tra la normalità e la malattia dell'ansia consiste quindi nella percezione di disagio che proviamo quando siamo di fronte alla tensione, alla preoccupazione, al malessere che sentiamo in assenza di stimoli esterni o interni. È ansia quindi il sentirci pronti a reagire anche quando non avremmo motivo o bisogno di essere reattivi, quando siamo pronti a scattare e nulla ci allarma, quando proviamo una serie di segni fisici o psicologici anche se potremmo sentirci tranquilli e rilassati. E quando tutto ciò agisce dolorosamente sia su di noi che su quelli che a noi stanno vicini. Negli ultimi 30 anni si è potuto verificare come almeno un terzo della popolazione mondiale ha avuto o potrà avere un disturbo d'ansia nella loro vita:si è sempre pensato che i traumi psicologici potessero essere all'origine dei disturbi d'ansia mentre ora sappiamo con certezza che , nella maggior parte dei casi l'origine dell'ansia va addebitata sostanzialmente ad un disturbo, ad una malattia del cervello. Quest'impostazione non esclude la componente psicologica, né quella ambientale, sociale o educativa. Andiamo incontro ad un'integrazione, in cui dovremo accettare che anche i disturbi psicologici, come quelli fisici sono il risultato di una d'integrazione tra il nostro corpo e la nostra mente. L'ansia è dunque il crocevia tra come siamo fatti e come il mondo estremo interagisce con noi. Il risultato è che non potremo mai sperare di vivere senza ansia per quanto le regole impegnative del mondo ci impongono degli adattamenti a cui tentiamo di opporre una resistenza: è proprio il risultato di questo sforzo che caratterizza il rischio di soffrire per l'ansia.

Il Disturbo da Attacchi di Panico ( DAP ) Il DAP è caratterizzato dall'improvviso verificarsi di un senso di paura senza alcun motivo particolare o apparente, durante il normale svolgimento delle attività quotidiane. La maggior parte degli attacchi di panico raggiunge la massima intensità entro 10 minuti ed i sintomi sono caratterizzati da iperventilazione, tremori, movimenti oscillatori, sensazione di caldo o di freddo, sudorazione profusa, nausea, palpitazioni, dolori al petto. Alcuni presentano il fenomeno della depersonalizzazione ossia hanno la sensazione di trovarsi all'esterno del proprio corpo e di guardarsi dall'alto. Altri hanno invece la sensazione che il proprio corpo sia irreale, in questo caso si parla di derealizzazione. Ogni attacco può provocare una preoccupazione sempre maggiore, chiamata ansia anticipatoria che può aumentare fino a colmare le ore o le giornate che separano un attacco da un altro. Circa 1/3 dei giovani adulti ha almeno un attacco di panico tra 15 ed i 35 anni e, secondo il DSM IV dall'1.5 al 3.5% della popolazione mondiale sviluppa un disturbo da attacchi di panico nel corso della propria vita. Sembra esserci una causa biologica a tutto ciò: trigger difettoso della parte del cervello che normalmente scatena la reazione di difesa allo stress o fuga: durante un attacco di panico il cervello segnala un pericolo che nella realtà non c'è. Esiste inoltre una predisposizione genetica e quindi familiarità per questo disturbo. Il Dap si sviluppa e si aggrava gradualmente: inizialmente l'attacco o gli attacchi possono verificarsi improvvisamente, successivamente possono invece manifestarsi subito rima o subito dopo l'incontro con una persona, con un oggetto o con una situazione che determina ansia. Con l'accrescersi dell'ansia anticipatoria molte persone preferiscono evitare i luoghi le situazioni in cui si sono manifestati precedenti attacchi sviluppando agarofobia, nonostante essi non sappiano bene di cosa abbiano paura: l'importante è evitare l'attacco. Un esempio: inizialmente questi soggetti possono svolgere normalmente la loro attività quotidiana, se gli attacchi proseguono, tuttavia, si assisterà ad una graduale eliminazione della propria vita di relazione e lavorativa fino alla totale inabilità. Immaginiamo una giovane donna che non ha mai sofferto di ansia in passato che un giorno, d'improvviso, senza nessun segno premonitore, in una situazione di assoluta apparente normalità viva questo episodio. In un momento qualsiasi e in un posto qualsiasi di una giornata qualsiasi ha, d'improvviso la sensazione di essere prossima alla sua morte. Senza ragione viene assalita da giramenti di testa, dolori di stomaco, oppressione del respiro, tremori a tutto il corpo, brividi, nausea: una tempesta neuro vegetativa dalla quale teme che non uscirà mai e che per quanto duri pochi minuti sembra eterna. Questa persona al termine dell'attacco di panico cerca un sollievo da chiunque glielo possa dare: spiegandole cosa è successo, rassicurandola, dandole una pacca sulla spalla, dandole un farmaco o un consiglio che ridimensioni il terrore assoluto provato. La storia se non si interviene con una terapia adatta, dura per tempi infiniti. La prima preoccupazione sarà quella d'individuare la malattia fisica di cui soffre, e sarà senza risposta con il rischio di diventare ipocondriaci; la seconda sarà quella di mettere, inutilmente tra sé e il panico una distanza di sicurezza. Per questo comincerà ad evitare cioè a non fare tante piccole grandi cose della vita quotidiana con la scusa che potrebbero farla stare male. Alla fine degli evitamenti rimarrà solo la segreta aspettativa, mai corrisposta, che starsene chiusi dentro casa per il resto della vita, eviterà gli attacchi. La terza preoccupazione è quella di mantenere sempre un elevato livello di ansia anticipatoria, quella condizione fittizia di poter interferire, mantenendo un elevato livello di paura di avere paura con il decorso della malattia.

Diagnosi del disturbo di panico.
Gli psicologi e gli psichiatri possono diagnosticare un disturbo di panico con o senza agorafobia con l'aiuto dei cosiddetti criteri diagnostici del DSM IV, ovvero del manuale diagnostico per i disturbi psichici. Questi criteri sono per lo più frutto di studi a tavolino, in cui vengono presi come indicativi alcuni segnali che sono statisticamente accoppiati a questo disturbo (infatti la S in DSM sta proprio per statistico). Nella pratica clinica tuttavia gli attacchi di panico sono qualcosa di più ampio e, da un punto di vista proprio pragmatico, possono essere presi in considerazione, con le stesse tipologie di trattamento anche classi di configurazioni di segnali non in linea con quelli descritti nel manuale diagnostico. Secondo l'esperienza degli psicoterapeuti che si occupano approfonditamente di questo disturbo, infatti, quella che più di ogni altra componente caratterizza il disturbo di panico è senza dubbio la paura del prossimo attacco. Anche se per attacco dovesse venire indicato soggettivamente dall'individuo qualcosa che per il manuale diagnostico non dovrebbe corrispondere ad un vero e proprio attacco. Per lo psicoterapeuta una persona è soprattutto ciò che prova, non una statistica su una tabella. La seconda componente che caratterizza l'attacco, nel disturbo di panico, è il fatto che tale attacco possa insorgere apparentemente in qualunque momento e in qualunque luogo. In certi casi gli attacchi sembrano essere legati a luoghi, a persone o a periodi della giornata. In altri sembrano legati a situazioni. In ogni caso non c'è qualcosa di esclusivo, altrimenti si potrebbe parlare di fobie specifiche, claustrofobia, ipocondria o fobia sociale.

CRITERI PER L’ATTACCO DI PANICO
I criteri diagnostici per l’attacco di Panico secondo il DSM-IV-TR* sono i seguenti:
Un periodo preciso di paura o disagio intensi, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
1.palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
2.sudorazione
3.tremori fini o a grandi scosse
4.dispnea o sensazione di soffocamento
5.sensazione di asfissia
6.dolore o fastidio al petto
7.nausea o disturbi addominali
8.sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
9.derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
10.paura di perdere il controllo o di impazzire
11.paura di morire
12.parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
13.brividi o vampate di calore.
* American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.

Il sintomo degli attacchi di panico: cosa significa Questi segnali somigliano alla classica risposta attacca o fuggi che gli esseri umani sperimentano quando sono in una situazione di pericolo. Durante un attacco di panico, invece, questi sintomi sembrano spuntare fuori dal nulla. Possono capitare in situazioni apparentemente inoffensive, addirittura mentre si dorme. La causa sostanzialmente può essere imputata a due fattori: mentale e fisico.
Un attacco di panico è contrassegnato dalle seguenti condizioni:
■Capita improvvisamente, senza preavviso e senza modo di fermarlo
■Il livello di paura non è affatto proporzionale alla situazione corrente. In realtà, spesso non è affatto correlato.
■Dura da pochi minuti a mezz'ora circa; il corpo non riesce a sostenere la risposta attacca o fuggi più a lungo di così.
Attacchi di panico ripetuti possono tuttavia ricorrere di continuo per ore.
Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, soprattutto perché si sente di perdere completamente il controllo. Il disturbo è così grave non solo per via degli attacchi di panico in sé, ma anche perché spesso porta ad altre complicazioni quali depressione e abuso di psicofarmaci. Gli effetti possono variare dal deterioramento delle relazioni sociali all'incapacità completa di affrontare il mondo esterno. Evitamento situazionale Di fatto le fobie che sviluppano le persone con disturbo da attacchi di panico non vengono dalla paura di oggetti o eventi reali, ma piuttosto dalla paura di avere un altro attacco. In alcuni casi, le persone eviteranno certi oggetti o situazioni (evitamento situazionale) per via della loro paura che queste possano far scaturire un altro attacco e subire ancora i sintomi degli attacchi di panico. fonte: www.sipsi.org

sabato 15 novembre 2008

“Piccole riflessioni sulla crisi quale possibilità di cambiamento e crescita personale”




In verità, in verità vi dico:
se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà, darà molti frutti.

Vangelo secondo Giovanni, XII, 24





Il termine crisi deriva dal greco κρινω che vuol dire scegliere, decidere, separare, discriminare. La crisi corrisponde al momento della scelta e implicitamente porta in sé l’idea di cambiamento, della trasformazione, del passaggio e quindi anche della possibilità di una crescita personale.



Seppure scegliere può essere doloroso e per l’appunto vissuto come crisi, per crescere è necessario attuare una scelta. Nei momenti critici ci si può sentire lacerati, divisi in posizioni conflittuali, una parte di noi sembra volere andare in una direzione e l’altra in quella opposta ma per poter andare avanti è necessario separarsi da quello che non ci occorre più.



Riflettiamo su queste parole di Jaspers, per il quale la crisi è un punto di passaggio dove:



“il tutto subisce un cambiamento subitaneo, dal quale l’individuo esce trasformato, sia dando origine a una nuova risoluzione, sia andando verso la decadenza. La storia della vita non segue il corso unitario del tempo, struttura il proprio tempo qualitativamente, spinge lo sviluppo delle esperienze a quell’estremo che rende inevitabile la decisione. Solo opponendosi allo sviluppo l’uomo può fare il vano tentativo di mantenersi nella posizione di dominare la decisione senza decidere. Poi la decisione avviene suo malgrado mediante la continuazione effettiva della vita. La crisi ha il suo momento non può essere anticipata né saltata. Deve, come tutte le cose della vita, maturare. Non deve apparire necessariamente in modo acuto come una catastrofe, ma può con un andamento silenzioso, apparentemente senza dare nell’occhio, compiersi per sempre in modo decisivo” (Jaspers, 1964).


La crisi può assumere un significato positivo, quando si è capaci di vederla come l’espressione di un bisogno emergente, di un desiderio frustrato, di perdite e fallimenti da riconsiderare, di qualcosa che può essere cambiato secondo le nostre necessità attuali e che può tendere ad una spinta evolutiva e non ad un semplice momento di stasi e regressione. Se la crisi, invece, sfugge al controllo del soggetto, egli non riuscirà ad utilizzarla in maniera costruttiva per la propria crescita e si avvierà un cambiamento negativo.



Per Caplan (1961) la crisi è:


« uno stato che si verifica quando una persona si trova a fronteggiare un ostacolo che le impedisce il raggiungimento d’importanti obiettivi vitali; questo è, per un certo lasso di tempo, insormontabile tramite l’utilizzazione di metodi abituali di risoluzione di problemi. Ne consegue un periodo di disorganizzazione, un periodo di sconvolgimento, durante il quale sono fatti molti tentativi verso la risoluzione del problema, che però abortiscono. Alla fine è raggiunta una qualche forma d’adattamento, che può rivelarsi o meno come la soluzione più utile per la persona e per chi le sta vicino».



L’autore, inoltre, individua un processo di crisi che suddivide nelle seguenti fasi sequenziali:





  1. iniziale ascesa della tensione e messa in atto di abituali meccanismi di risoluzione dei problemi;

  2. fallimento di queste strategie con un conseguente aumento della tensione al punto tale che l’individuo può sentirsi impotente e rassegnato;

  3. messa in atto di nuove strategie, in quanto si possono prendere in considerazione nuovi aspetti del problema e strumenti non ancora sperimentati;

  4. se vi è il fallimento di ogni tentativo, si determina un ulteriore aumento della tensione e, dopo un periodo di circa 4-6 settimane, si assiste comunque alla manifestazione spontanea di una risposta, qualunque essa sia.

Dalla teoria della crisi di Caplan, sono state derivate tecniche che i professionisti adottano allo scopo di aiutare le persone a modificare stati d’animo, sentimenti, sintomi o comportamenti, considerati maladattativi e che hanno portato alla richiesta d’aiuto psicologico. In generale i professionisti aiuteranno la persona a gestire adeguatamente i sentimenti di rabbia, collera ed angoscia relativi alla crisi, aiutandola, in tal modo, ad affrontare in maniera costruttiva la situazione critica.


L’aiuto professionale di intervento sulla crisi può essere delineato in due grandi aree:





    • “l’area dell’aiuto, nella quale rientrano il counseling e tutte quelle professioni che con la relazione e con l’aiuto hanno a che fare, rivolta a quei momenti critici dell’esistenza che una persona relativamente sana può attraversare, caratterizzati dalla modificazione di un equilibrio precedentemente esistente e che possono necessitare di un aiuto o di un accompagnamento;



    • l’area della psicoterapia, per il trattamento degli aspetti psicopatologici della crisi, intesa come momento patologico caratterizzato dalla modificazione di uno stato di compenso e che necessita pertanto di un intervento specifico.” (Fulcheri M., Cairo E., Torre E. 2005).


Bibliografia:


Jaspers K. (1913): Psicopatologia generale. Il Pensiero Scientifico, Roma (1964).


Caplan G. (1961): An approch to community mental health. New York: Grunne & Stratton.


Fulcheri M. (2005): Le attuali frontiere della psicologia clinica. Centro Scientifico Editore, Torino.






sabato 1 novembre 2008

Cos'è e come funziona l'Analisi Transazionale?




L'Analisi Transazionale (A.T.), fondata da Eric Berne (1910-1970), è una teoria sia psicologica che sociale, caratterizzata da un contratto bilaterale di crescita e cambiamento. Come sistema di psicoterapia l'A.T. viene utilizzata nel trattamento di disturbi psicologici di ogni tipo, essendo un metodo di psicoterapia individuale, di coppia, di gruppo e familiare .



Le prime pubblicazioni sull’A.T. risalgono al 1949, quando lo psichiatra canadese E. Berne diede luce ad una serie di articoli sull’intuizione. L’interesse verso i processi di pensiero di tipo intuitivo nacque in Berne durante la seconda guerra mondiale, quando l’autore, dovendo effettuare numerose visite cliniche-psichiatriche al giorno, si confrontò con il problema di resistere alla routine e di tener desta l’intuizione. Via via egli scoprì che riusciva, in un elevato numero di casi, ad intuire che tipo di lavoro facevano i vari soldati.



Finita la guerra mise insieme questi pensieri e iniziò a creare le fondamenta teoriche dell’A.T. Le osservazioni di Berne si concentrarono sulle variazioni di comportamento che avevano luogo in una persona quando si attivava uno stimolo nuovo. Egli cominciò a porre attenzione a quei cambiamenti nell’espressione del viso, nell’intonazione delle parole, nella postura del corpo, nel portamento, nei gesti, nella strutturazione delle frasi etc. Notò allora che ogni persona racchiudeva in sé svariati “se stessi” e di volta in volta qualcuno di essi prendeva il sopravvento nella personalità dell’individuo. Ad esempio la persona qualche volta si comportava da Bambino e qualche volta da Adulto , a queste strutture di personalità ben definite diede il nome di stati dell’Io; più tardi aggiungerà il Genitore . In seguito approfondì il modo in cui queste strutture di personalità si relazionavano con il mondo esterno e cominciò ad analizzare le transazioni (unità di scambio reciproco tra due persone). Scoprì quindi che alcune transazioni avevano scopi ulteriori e che servivano a manipolare gli altri in “giochi” psicologici. Inoltre si accorse che spesso le persone si comportavano in modi preordinati, proprio come se stessero recitando un copione su di un palcoscenico. Approfondiremo tra breve questi concetti.



Abbiamo visto che all’inizio l’attenzione di Berne è prevalentemente legata alla fenomenologia e allo studio della struttura della personalità, successivamente egli si concentrò sulla comunicazione latente e manifesta, mettendo a frutto i suoi interessi sulla cibernetica di Weiner e Korzysky. Nella terza fase il fulcro centrale fu l’analisi del copione, ovvero lo studio del piano di vita delle persone.



Con questa brevissimo excursus storico ho voluto sottolineare come l’A.T. abbia preso le mosse dallo sviluppo delle capacità intuitive e dall’attenzione alla globalità della persona. Eric Berne nelle sue teorie riuscì a far collimare la cultura scientifica a quella umanistica, del resto, come lui stesso ammise, egli seguì la vocazione di entrambi i suoi genitori, quella del padre medico e della madre scrittrice.



L’A.T. è una corrente della psicologia umanistica-esistenziale (Maslow, Rogers, Perls, Allport) e in tal senso non corrisponde semplicemente alla concezione medica della guarigione da una malattia. Infatti,



“ la sofferenza psichica viene vista come un blocco di crescita del potenziale psicofisico dell’essere umano ” (Novellino, 2003).
Ci sono alcuni presupposti filosofici che caratterizzano l’A.T. e che è interessante considerare:



Assunti Filosofici dell'Analisi Transazionale:



- ogni individuo è ok (va bene così com'è) : le persone sono uguali tra loro ed ognuna ha valore in quanto persona, indipendentemente dalla sua razza e dal suo contesto socio culturale;



- ogni persona ha la capacità di pensare e di autodeterminarsi: ognuno può decidere che cosa fare della propria vita ed ha la capacità di crescere e di imparare qualunque esperienza abbia avuto anche negativa;



- le decisioni prese possono essere modificate: ciascuna persona prende delle decisioni e ne è responsabile, ed è anche responsabile di cambiarle quando non sono più funzionali.





A.T. e modello decisionale




La teoria dell’Analisi Transazionale è basata su un modello decisionale. Ciascuno di noi impara comportamenti specifici e decide un piano di vita nell’infanzia. Benché le nostre decisioni infantili siano fortemente influenzate dai genitori e da altre persone, siamo noi stessi che prendiamo queste decisioni nel modo peculiare di ogni persona. Dal momento che siamo noi ad aver deciso il nostro piano di vita, abbiamo anche il potere di cambiarlo , prendendo nuove decisioni in qualsiasi momento.




Contrattualità dell’A.T.



La metodologia di intervento dell' AT si fonda sulla contrattualità : la relazione terapeutica è vista come un accordo tra terapeuta e cliente, che hanno una responsabilità congiunta nel lavorare per raggiungere gli obiettivi di terapia definiti in modo chiaro e specifico.

“Il paziente viene quindi responsabilizzato dall’inizio a porsi come controparte attiva di un professionista il cui compito non è quello di risolvere i problemi del paziente, bensì quello di aiutare a comprendere come finora si è bloccato dal risolverli da solo. ” (Novellino, 1998).



I contratti di terapia, attraverso i quali viene specificamente stabilita la meta della terapia, possono essere distinti in contratti di controllo sociale e contratti di autonomia.



I contratti di controllo sociale (terapia breve), sono accordi di terapia tesi a risolvere un problema specifico e hanno come obiettivo un cambiamento comportamentale e il suo mantenimento nel tempo.



Per contratti di autonomia (terapia che può richiedere anni) si intendono invece quei contratti in cui la meta della terapia non è solo un cambiamento comportamentale ma un cambiamento del copione della persona, per cui la terapia non è rivolta solo ad un sollievo dai sintomi, bensì alla ristrutturazione della personalità.



Per spiegare questa differenza usiamo una metafora ideata da Berne : ciascun individuo nasce principe o principessa ed esperienze negative precoci convincono alcune persone ad essere ranocchi, da ciò deriva lo sviluppo della patologia. Gli obiettivi terapeutici possono essere due: il primo tende al miglioramento, ad un progresso che equivale ad uno star meglio come ranocchi ; il secondo tende a curare, a guarire che significa togliersi la pelle del ranocchio e riprendere nuovamente lo sviluppo interrotto del principe o della principessa .




Sviluppo dell'Analisi Transazionale



E’ importante considerare che lo sviluppo dell’A.T. coincide solo in parte con la storia e la vita di Eric Berne. Un caposaldo dell’A.T. è tuttora la sua integrazione con la Gestalt (grazie all’opera dei Goulding, allievi di Perls), ma l’A.T. integra al suo interno anche la tradizione teorica della teoria delle Relazioni Oggettuali in campo psicoanalitico, oltre a tecniche cognitiviste e comportamentali. Importanti sviluppi neopsicoanalitici si sono avuti anche grazie al contributo di autori italiani (Moiso e Novellino) che hanno inserito nel quadro teorico concetti clinici psicoanalitici utili soprattutto per il lavoro sugli stati borderlines (scissione dell’Io, controtransfert. etc).


Negli ultimi anni l'A.T., grazie al contributo di studiosi anglosassoni sta integrando all'interno del suo assetto teorico anche le più recenti acquisizioni operate dalle neuroscienze, in particolare le basi neurofisiologiche degli stati dell'Io, l'accesso alle memorie implicite e la formazione delle memorie episodiche.


In Italia, oltre al già citato approccio psicodinamico di Novellino , è molto attivo il gruppo di ricerca di Pio Scilligo , il quale sta sviluppando un'ulteriore integrazione dell'A.T. con il modello SASB di Lorna Smith Benjamin.



L’A.T. ha avuto una progressiva espansione a livello mondiale e una strutturazione in organizzazioni nazionali e internazionali. L’ITAA (International Transactional Analysis Association) assicura rigorosi standard formativi e tutela il titolo di Analista Transazionale la cui formazione è riconosciuta solo se svolta con formatori riconosciuti dall’ ITAA o dalle associazioni continentali affiliate: in Europa abbiamo l’ EATA (European Association Transactional Analysis).




Principi di base dell'Analisi Transazionale



Per illustrare i principi di base dell’A.T. teniamo presente che essa può essere suddivisa in quattro aree (Novellino, 2003):


Area: Oggetto:

a) Analisi strutturale: Processi intrapsichici;



b) Analisi delle transazioni: Processi relazionali;



c) Analisi dei giochi psicologici : Processi relazionali distorti che conducono ad



un rafforzamento della patologia;



d) Analisi del Copione: Programma di vita basato su esperienze infantili che



conducono a decisioni autolimitanti.





a) Analisi Strutturale.



Per comprendere il comportamento di una persona, occorre essere consapevoli di quello che succede al suo interno. Per realizzare questa analisi possiamo suddividere la personalità in diverse parti, consistente ognuna in una struttura integrata di pensieri, emozioni e comportamenti, a cui diamo il nome di stati dell’Io . L’analisi strutturale permette di rappresentare le componenti storiche e biologiche della personalità e si occupa del contenuto dello stato dell’Io; per rappresentare il suo funzionamento si ricorre all’analisi funzionale , che descrive come una persona usa i suoi stati dell’Io per rapportarsi a se stesso e agli altri.



STATI DELL’IO



Berne definisce uno Stato dell’Io come un insieme coerente di pensieri, sentimenti ed esperienze direttamente correlate ad un insieme coerente di modelli di comportamento. Sebbene ogni persona possiede infiniti Stati dell’Io l’autore li raggruppò in tre grossi insiemi chiaramente distinti e osservabili:



Il Genitore (G)



Il Genitore è l’insieme di pensieri, sentimenti e comportamenti che incorporiamo dall’esterno durante la nostra infanzia ed adolescenza dalla relazione con le figure significative: i nostri genitori reali (o chi ne fa le veci), dai parenti, maestri, insegnanti, o da tutte quelle persone autorevoli che incontriamo negli anni della nostra formazione. Per esempio un genitore si può accorgere che a volte assume un comportamento simile a quello dei propri genitori quando sta utilizzando in modo automatico il proprio Stato dell’Io G. Esternamente si identifica spesso in comportamenti pregiudiziali, critici o protettivi; dall’interno è vissuto come vecchi messaggi Genitoriali che continuano ad influenzare il Bambino interno.



Funzionalemente si può avere il Genitore Normativo o Critico (GN) quando si manifestano atteggiamenti di divieto e di comandi, sancisce le regole, detta le leggi etc, ed il Genitore Affettivo (GA), che invece si prende cura, mostra attenzione, premura etc.



L’ Adulto (A)



L’Adulto è un insieme obiettivo di pensieri, sentimenti e comportamenti coerenti con la situazione che stiamo vivendo (qui ed ora) e indica la nostra capacità di elaborare continuamente nuovi dati. Infatti, per gestire la nostra realtà attuale abbiamo bisogno di trovare in continuazione strategie efficaci senza subire interferenze limitanti da Stati dell’io arcaici o incorporati dall’esterno.



Il Bambino (B)



Il Bambino è l’insieme di pensieri, sentimenti e comportamenti che risalgono alla nostra infanzia. Contiene le registrazioni delle prime esperienze di vita e delle “posizioni” che il bambino ha assunto verso se stesso e gli altri. A livello strutturale è uno Stato dell’Io arcaico e si manifesta come vecchi comportamenti dell’infanzia, così come reagivamo da bambini.



Si parla di Bambino Adattato (BA) se attiviamo un comportamento correlato all’influenza genitoriale e Bambino Libero (BL) quando esibiamo forme di comportamento autonomo, senza l’influsso genitoriale. Sia il BA che il BL possono essere positivi o negativi a seconda che siano efficaci e più o meno adatti alla situazione attuale. E’ quella parte della nostra personalità che ci fornisce le motivazioni principali del nostro agire.



Per facilitare la comprensione illustriamo degli esempi (adattati da Wollams Brown, 1978):




Il GA + si prende cura di un’altra persona con amore, quando quest’ultima ne ha bisogno e lo desidera – “Certo farò questo per te”.


Il GA – è sia troppo permissivo, sia troppo affettivo, in quanto fa per gli altri cose che non erano richieste o di cui non avevano bisogno – “Fammi fare questo per te”.


Il GC + è forte e dogmatico e prende le difese dei diritti suoi o degli altri senza umiliare nessuno – “basta! Questo non è giusto!”


Il GC – cerca di togliere l’autostima ad un’altra persona – “perché fai sempre così?”


L’ A calcola le probabilità usando termini definibili operativamente – “Se usiamo questo tipo di acciaio c’è un’alta probabilità che il ponte resterà a un vento di 150 miglia all’ora”.


Il BA + ottiene ciò che vuole o almeno evita il dolore compiacendo a ciò che, secondo lui, i “grandi si aspettano da lui – “Sissignore”, a un superiore, e “per piacere2 e “grazie” quando sono richiesti.


Il BA – si comporta in modo autodistruttivo per ottenere l’attenzione degli altri – dimentica di fare il saluto al Generale, e poi si meraviglia che le cose vadano sempre così male per lui.


Il BL + esprime direttamente quello che passa nella sua mente, si diverte, vive in intimità con gli altri e non fa del male a nessuno nel far ciò – “Ehi, giochiamo”


Il BL – fa del male agli altri o a se stesso nell’esprimersi e nel divertirsi – “Andiamo più veloci” anche quando è pericoloso. Ci sono pochi esempi di questo comportamento. Per lo più molti comportamenti che a prima vista possono essere del BL negativo sono in realtà azioni del BA autodistruttivo.




E’ importante sottolineare che ciascuno di noi possiede ed utilizza tutti e tre gli Stati dell’Io, sebbene possa esserci la tendenza a utilizzare in modo privilegiato uno dei tre: per esempio una persona che tende ad essere iperprotettiva, a farsi carico in modo esagerato dei problemi degli altri oppure a criticare eccessivamente, a dettare norme e regole di comportamento a chi gli sta vicino, si può facilmente ipotizzare che utilizzi in prevalenza lo stato dell’Io Genitore.



L’Analista Transazionale guida il paziente al riconoscimento e alla consapevolezza dei propri Stati dell’Io affinché egli possa utilizzarli tutti e tre in modo positivo, arricchendo così le proprie opzioni e migliorando la qualità della propria vita e delle proprie relazioni. L’obiettivo principale del terapeuta AT è, infatti, decontaminare l’A affinché la persona possa agire nel presente in modo appropriato ed efficace, integrando nel suo modo di agire sia gli insegnamenti introiettati nel suo G, sia le esperienze vissute contenute nel suo B e pertanto essere autonomo.





2) Analisi delle transazioni



L’Analisi Transazionale prende il nome dalle transazioni, definita come l’unità del rapporto sociale : o gni volta che una persona è in relazione con un’altra persona si avranno delle transazioni. Ogni transazione è composta da uno stimolo e da una risposta ; le transazioni vengono scambiate tra i rispettivi stati dell’Io di due persone.



Le transazioni sono classificate in Complementari, Incrociate, Ulteriori e a ciascun tipo di esse corrispondono diverse regole della comunicazione.



L’analisi delle transazioni costituisce il ponte tra livello intrapsichico e livello interpersonale nella psicoterapia ; si occupa della diagnosi degli stati dell’Io che hanno emesso gli stimoli o le risposte, con la finalità di favorire il controllo sociale, cioè il controllo del comportamento nelle relazioni sociali, da parte della struttura dell’Adulto. La persona divenendo maggiormente consapevole degli stati dell’Io che attiva quando comunica con gli altri raggiunge una maggiore efficacia nella comunicazione e un conseguente benessere relazionale. Tale approccio costituisce una peculiarità dell’A.T. e uno dei suoi punti di forza.






3) Analisi dei giochi psicologici




“Il gioco psicologico è una serie di transazioni ulteriori [che hanno uno scopo ulteriore, incongruente con il messaggio verbale] ripetitive a cui fa seguito un colpo di scena con una scambio di ruoli, un senso di confusione accompagnato da uno stato d’animo spiacevole come tornaconto finale, in termini di rinforzo di convinzioni negative su di sé, sugli altri, sul mondo”.

L’A.T. aiuta ad essere consapevoli dei propri giochi, a smettere di giocare o a giocare in modo meno “pericoloso” .


I vantaggi che si hanno nel giocare i giochi possono essere così riassunti (Novellino, 2003):




  1. ottenere carezze (da intendersi in A.T. come “unità di riconoscimento”).;

  2. strutturare il tempo (cioè il procurarsi ed organizzare il proprio bisogno di contatto sociale);

  3. mantenere la posizione esistenziale (atteggiamento più o meno positivo nei confronti di sé e degli altri);

  4. portare avanti il copione;

  5. evitare l’intimità;

  6. continuare ad avere un rapporto emotivo anche dopo il fallimento di una relazione di ricatto;

  7. accumulare bollini, ossia reazioni emotive che verranno usate in seguito come giustificazione di un dato comportamento;

  8. rendere la gente prevedibile.

In breve i giochi sono modalità reciprocamente distorti di procurarsi carezze a cui fa seguito una svalutazione di sé, degli altri e del mondo esterno; essi possono essere abbandonati solo quando la persona ha trovato modi alternativi e sani di procurarsi carezze positive che contengono il messaggio “tu sei ok”.






4) Analisi del Copione psicologico



Berne in “Ciao e Poi” (1972) definisce il copione come: “un piano di vita basato su una decisione presa nell’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e culminante in una scelta decisiva” . E’ dunque un piano di vita personale che un individuo decide da piccolo in base alla sua interpretazione degli eventi sia esterni che interni, dei messaggi ricevuti dai genitori e che viene sostenuto da decisioni successive. Il bambino decide il suo copione tra i 3 e i 6 anni; le decisioni prese sul corso della vita, rimangono inalterate anche se le situazioni si modificano, infatti, man mano che il bambino entra nelle fasi successive di sviluppo struttura versioni aggiornate del copione, allo scopo di adattarlo alle nuove realtà che vive ma mantenendone inalterato lo schema base.



Spesso le persone hanno un copione limitante e sofferente, un percorso terapeutico può aiutarle a divenire consapevoli del proprio copione e a modificarlo. All’interno del quadro di riferimento dell’AT, ciò che rende efficace un intervento è aiutare la persona a tornare a quelle prime esperienze di vita, mediante le quali, il bambino, per proteggersi, aveva inibito le proprie potenzialità prendendo delle decisioni , che allora erano necessarie per la sua sopravvivenza fisica o psichica (es. “non fidarsi degli altri”), ma che ora non sono più funzionali; nell’ambiente protetto della terapia la persona può ridecidere di comportarsi in modo diverso per vivere una vita più soddisfacente nel presente.




Il terapeuta A.T. nel percorso di ridecisione con la persona amplifica l’efficacia del trattamento usando le 3 P: permesso , protezione , potenza . Il terapeuta, attraverso l’ascolto, implicitamente dà il permesso di cambiare. In seguito, in modo esplicito, potrà dare permessi per lasciare che la persona sperimenti nuove modalità alternative alle vecchie decisioni di copione. Inoltre, rispettando il paziente in ogni sua azione e facendo un buon contratto di terapia, dà protezione al paziente e a se stesso. Il terapeuta è potente nella relazione con il paziente perché usa in modo integrato tutti e tre gli stati del suo Io :

“ha un G che incoraggia e si prende cura del benessere del cliente; ha un A che ascolta, coglie informazioni importanti, fa ipotesi e le verifica; ha un B liberato che si diverte, ha energia, usa le sue capacità creative e intuitive, ed è in grado di concedere permessi dando protezione”. (Castagna, 2003).



Una considerazione importante sulla quale voglio portare l’attenzione è che, nel modello ridecisionale dell’A.T., non vi è viene una visione deterministica per la quale i genitori sono i soli responsabili della natura del copione , ma viene sottolineato ampiamente anche il ruolo attivo del bambino . I messaggi negativi esterni inviati dalle figure significative, sono visti come convinzioni proibitive profonde, ma che hanno avuto anche origine dalla elaborazione, ovvero dall’interpretazione degli eventi, da parte del bambino piccolo. (Goulding Goulding, 1983). Se da una parte i messaggi negativi, accettati dal bambino, possono divenire fonte di malessere perché troppo rigidi e limitanti, dall’altra parte hanno permesso a quel bambino una sorta di sicurezza e protezione, a cui l’Adulto, nel processo ridecisionale, può scegliere di rinunciare per sbloccare la sua crescita.



I disturbi psichici con cui l’approccio A.T. è indicato sono (adattato da Novellino, 2003) :



  • le strutture nevrotiche , anche gravi, sia fobico-ossessive che isteriche e depressive ;


  • le strutture borderline , poiché queste hanno bisogno di un setting ben strutturato, direttivo, chiaro, teso alla focalizzazione sulla realtà;


  • le strutture psicosomatiche , per le quali è stato elaborato, nell’ambito dell’A.T., un lavoro di tipo corporeo, che facilita l’accettazione del vissuto corporeo da parte del paziente psicosomatico, attraverso l’integrazione di tecniche mutuate da altri approcci (es. terapia della Gestalt e Bioenergetica);


  • le strutture psicotiche , a condizione però che sia possibile il lavoro in una struttura di tipo comunitario-residenziale ; per le strutture psicotiche in compensazione l’A.T. è in grado di offrire il setting adatto .




Per trattazioni approfondite suggeriamo i seguenti libri:



Berne, E. (1961). AT e Psicoterapia . Trad. it. Roma: Astrolabio, 1971



Berne, E. (1964). A che gioco giochiamo. Trad. it. Milano: Bompiani, 1967



Berne, E. (1966). Principi di terapia di gruppo . Trad. it. Roma:Astrolabio, 1986



Berne, E. (1972). Ciao…e poi? Trad. it. Milano: Bompiani, 1978



Castagna , M. (2003). L’analisi transazionale nella formazione con gli adulti. Milano: Franco Angeli



Goulding, R. M .(1979). Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale . Trad. it. Roma: Astrolabio, 1983



James, M. (1989). Nati per vincere . Trad. it. Roma: Paoline, 1980



Moiso e Novellino (1982). Stati dell’Io. Roma: Astrolabio



Wollams, M. e Brown, S . (1978). L’Analisi Transazionale . Trad. it. Assisi: Cittadella, 1985



Novellino, M. (1998). L’approccio clinico dell’Analisi Transazionale . Milano: Franco Angeli



Novellino, M. (2003). La sindrome dell’uomo mascherato. Milano: Franco Angeli