sabato 27 maggio 2017

Perchè non dovremmo ignorare la serie TV "Tredici"



La serie TV “Thirteen Reasons Why” disponibile su Netflix, il cui titolo, in italiano, è stato tradotto semplicemente con “Tredici”, ha recentemente scatenato un acceso dibattito, sfociato in un numero crescente di telefonate ai servizi di consulenza da parte di persone preoccupate che la scena del suicidio potesse rappresentare un pericolo per gli adolescenti vulnerabili.

Alcuni si sono lamentati perché il suicidio è stato rappresentato in modo troppo semplicistico come il risultato di una connessione di causa-ed-effetto. Altri hanno preferito considerarlo uno strumento educativo e un veicolo per aprire un dialogo.

Certamente, la serie suscita dei timori, come nella scena della rappresentazione esplicita del suicidio nell’ultimo episodio. Ma, nel complesso, la storia di Hannah, studentessa liceale che si è tolta la vita e ha lasciato 13 nastri dove ha spiegato il motivo di questo suo gesto, introduce molti argomenti realistici e attinenti all’universo adolescenziale.

La serie TV mostra una combinazione di comportamenti che associano problemi di salute mentale a una serie di condotte che hanno dato prova di poter influenzare la salute mentale di una persona giovane. Vi rientrano l’esclusione sociale, i pettegolezzi e le insinuazioni, il bullismo, i comportamenti sessuali deplorevoli, l’alcol e l’abuso di sostanze, la guida in stato di ebbrezza e la violenza sessuale.


La storia narra un groviglio di vicende di vita quotidiana: rapporti tra pari, amicizie, identità sessuale, dinamiche familiari, social media e, soprattutto, ambiente scolastico.

Le reazioni degli amici al suicidio di Hannah e la loro risposta alla sua descrizione del loro comportamento offre anche l’opportunità di discutere della diversità con la quale le persone si rapportano fra di loro e di come reagiscano gli uni agli altri.

Questioni sulle rappresentazioni televisive del suicidio

Sicuramente i media dovrebbero usare cautela quando scelgono di ritrarre il suicidio. La ricerca dimostra che rappresentare una modalità di suicidio e/o esaltare l’azione può, in alcuni casi, provocare un aumento considerevole di atti estremi. Tuttavia, i ricercatori suggeriscono anche che di solito esistono complicate problematiche di fondo associate alle ondate di suicidi (quando in una comunità avvengono una serie di suicidi per emulazione) [ndt: ‘Effetto Werther’].

Dimostrare il collegamento tra l’esposizione mediatica e il conseguente suicidio non è semplice, mentre la prova dell’impatto della rappresentazione televisiva del suicidio non è altrettanto forte come accade con un vero suicidio nella vita reale.

In Australia [ndt: l’autrice dell’articolo è australiana] i media seguono delle linee guida come quelle messe a punto da Mindframe. Queste riconoscono l’importanza di aumentare la consapevolezza del suicidio e dei comportamenti suicidari, ma richiamando alla prudenza nella rappresentazione del metodo.



In Australia, fiction televisive e film che mostrano il suicidio e si occupano di altri problemi di salute mentale forniscono, alla fine del programma, tutte le informazioni su dove cercare aiuto.

Anche se Netflix forniva tali informazioni sul suo sito web e un episodio supplementare che affrontava le questioni sollevate e le opzioni per chiedere aiuto, al termine di ogni episodio non forniva i dettagli su come cercare aiuto.

L’importanza della sensibilizzazione

È importante aumentare la consapevolezza e parlare di questioni di salute mentale, e certamente la serie “Tredici” è diventata un argomento di conversazione fra gli adolescenti. Ma parlarne non basta. Operatori sanitari e professionisti della formazione, così come i genitori, hanno bisogno di competenze per rispondere in modo adeguato a queste conversazioni.

Poiché la serie pone l’accento soprattutto sulla scuola, è importante che il personale scolastico – soprattutto il personale del servizio sanitario e gli insegnanti – si sentano sicuri nell’affrontare i problemi di salute mentale e le loro conseguenze. Questo non significa che gli insegnanti debbano diventare dei counsellor; ma che hanno bisogno di risorse e sostegno per consentire discussioni efficaci riguardo a tali questioni con gli adolescenti più grandi.

Sebbene alcuni potrebbero sentirsi a proprio agio a discutere di questi temi, degli studi rivelano l’esistenza di una serie di argomenti, come relazioni, identità di genere, bullismo e salute mentale, che possono essere difficili da affrontare/impegnativi e per i quali molti insegnanti hanno poca o nessuna formazione professionale.

Cercare aiuto

Anche il personale scolastico ha bisogno di servizi accessibili a cui indirizzare gli studenti in caso di necessità. La possibilità di avvicinarsi a infermieri scolastici, psicologi e guide spirituali varia notevolmente da scuola a scuola. Cambia anche l’accesso ai servizi di salute mentale della comunità. In alcune aree esistono servizi specifici che soddisfano le esigenze dei giovani LGBTI o delle minoranze linguistiche o culturali.

Benchè accedere ad aiuti in caso di problemi di salute mentale sia riconosciuto come fattore protettivo, non sempre ci si riesce. Gli atteggiamenti stigmatizzanti nei confronti dei problemi di salute mentale in Australia stanno migliorando, ma sono ancora evidenti.



Sappiamo anche che i ragazzi hanno meno probabilità di chiedere aiuto qualora la considerassero una scelta impopolare, e che possono essere influenzati da esperienze precedenti. Nella serie “Tredici”, Hannah ha cercato aiuto dal counsellor della sua scuola, ma i suoi sforzi sono stati ignorati. Il sig. Porter avrebbe potuto inviarla da uno specialista o dedicare più tempo nell’ascoltarla.

I giovani potrebbero esitare a chiedere aiuto anche qualora fossero convinti di potercela fare da soli. Quelli con pensieri suicidi sono meno propensi a cercare aiuto, pertanto si teme che essi possano accostarsi a programmi come “Tredici” come un'ulteriore validazione dei propri pensieri suicidari.

È importante migliorare l’alfabetizzazione sanitaria in modo che i giovani siano in grado di riconoscere i segni di un problema e di poter cercare aiuto in sicurezza e tranquillità. È anche importante che amici, familiari e le altre figure di riferimento che ruotano intorno all’adolescente imparino a riconoscere i segnali premonitori e incoraggino i ragazzi in difficoltà a cercare aiuto.

Tra questi segnali ci potrebbero essere il ritiro da attività generalmente piacevoli, disturbi del sonno o dell’appetito, l’essere insolitamente instabili, arrabbiati, stressati o ansiosi, la partecipazione a comportamenti rischiosi che di solito si evitano e l’espressione di pensieri negativi.

Se, come nel caso di Hannah con il counsellor, non si è ricevuto un aiuto significativo, occorre cercare altrove. Si dovrebbe agire prima possibile sui problemi e ci si dovrebbe focalizzare sulla prevenzione di esiti negativi. Come nella serie “Tredici”, troppo spesso gli interventi vengono eseguiti solo dopo che si è verificata una crisi. Occorre dare importanza ai programmi di prevenzione che considerano la complessità della salute mentale e includano strategie che si concentrano sull'ambiente e sul più ampio sistema di valori.

Dovresti guardarlo?

Netflix suggerisce la visione di “Tredici” ai ragazzi con un’età superiore ai 15 anni (MA15 +) [in Italia è VM 14] e l’Ufficio di classificazione della Nuova Zelanda ha recentemente valutato il programma come RP18 (adatto ai soli maggiorenni). I genitori preoccupati possono guardare il programma con i loro figli adolescenti e discutere con loro dei problemi salienti.

Tradotto e adattato da: The Conversation



Alcune help-line in Italia dove chiedere aiuto se si hanno pensieri suicidari 
o si è preoccupati per qualcuno:
 
Una delle più importanti help-line dedicate alla prevenzione del suicidio è quella creata all’interno dell’U.O.C. di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, 
Linea PARLA CON NOI   063377.77.40
(dal lunedì al venerdì: dalle ore 9.30 alle ore 16.30)

***

#adessoparloio 
 è la chat di WhatsApp 3482574166, creata per rispondere al bisogno dei ragazzi vittime di bullismo, cresce per offrire un aiuto concreto e qualificato a giovani e famiglie. Nasce dalla collaborazione tra Casa Pediatrica ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, Osservatorio Nazionale Adolescenza e Pepita Onlus focalizzando l’attenzione su una corretta informazione e su una risposta professionale dedicata. L’obiettivo è rimettere ordine: riportare al centro il valore educativo del dialogo e accogliere le paure dei ragazzi, ma anche rassicurare gli adulti affinché riacquistino il loro ruolo guida senza demonizzare la Rete. 
Comunicato in formato PDF.

***

Numero verde della De Leo Fund

una Onlus che dal 2007 si occupa di portare un 

aiuto concreto alle persone che hanno subito eventi luttuosi di carattere traumatico:  

Chiama il numero verde 800 – 168 678
disponibili da Lunedì a Venerdì
dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00

*** 

risponde 365 giorni all’anno attraverso i suoi 700 volontari che operano in 20 centri sul territorio nazionale. Il servizio è attivo in tutta Italia dalle ore 10.00 alle 24.00. numero unico 199.284.284
“Se sei in difficoltà, hai bisogno di aiuto perché stai vivendo un momento di particolare disagio e senti la necessità di parlarne con qualcuno, ma non sai con chi, puoi rivolgerti a noi. Troverai sempre un volontario pronto ad ascoltare le tue paure, le angosce, i dubbi e le ansie, senza giudicarle.”
“Esprimere il disagio può essere una strada utile per poter scoprire dentro di te la fiducia e le risorse necessarie per affrontare ogni problema. Ricordati, non sei solo: se vuoi parlarne, noi ti ascoltiamo.”

***

lunedì 15 maggio 2017

Quale migliore definizione dei disturbi mentali potrebbe aiutare la diagnosi e il trattamento?



I disturbi mentali sono attualmente definiti sulla base del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), in cui compare un elenco di centinaia di categorie diagnostiche distinte; un nuovo studio al quale abbiamo lavorato suggerisce, tuttavia, che esiste margine di miglioramento. 

Ciascuna categoria del DSM è corredata da una lista di controllo dei criteri. Qualora venisse soddisfatta una quantità “sufficiente” di tali criteri (spesso, poco più della metà), si rientra all’interno di quella determinata categoria diagnostica. Ad esempio, la lista di controllo per la depressione maggiore prevede un elenco costituito da nove sintomi: per ricevere una diagnosi, è necessario presentarne almeno cinque.

I disturbi elencati sul DSM forniscono etichette per aiutare i medici a comunicare riguardo ai loro pazienti, a indirizzare questi ultimi verso i programmi di trattamento e a fornire codici di fatturazione alle compagnie di assicurazione. Questi disturbi ci guidano nel modo in cui eseguiamo la diagnosi, trattiamo la malattia mentale e facciamo ricerca su di essa. Tuttavia l’intero sistema DSM contrasta con la natura della malattia mentale, che non può essere classificata in modo netto all’interno di contenitori. Pertanto, se si utilizzano le strette e rigide categorie del DSM sulle malattie mentali si ostacolano da una parte la diagnosi e il trattamento efficace, e dall’altra la creazione di una solida e accurata ricerca.

È chiaro che abbiamo bisogno di un modello alternativo per classificare la malattia mentale in grado di smembrare l’oggetto, seguendo le nervature naturali, invece di imporre, per la classificazione, categorie assolutamente artificiali.

Quando abbiamo creato la Tassonomia gerarchica della psicopatologia (HiTOP: Hierarchical Taxonomy of Psychopathology), pubblicata il 23 marzo, quello che ci proponevamo era di seguire l’analisi statistica dei dati degli studi esistenti fino ad oggi su come le persone vivono la malattia mentale. Cinquanta dei principali ricercatori che studiano la classificazione della malattia mentale si sono riuniti per dare una struttura all’HiTOP. Esso integra 20 anni di ricerca in un nuovo modello che supera molti dei problemi derivanti dal DSM.

Problemi che derivano dall’uso del DSM nella descrizione della malattia mentale.


Per esemplificare i problemi che possono scaturire dalla valutazione eseguita sulla base del DSM, consideriamo due pazienti ipotetici: James e John:

James si sente depresso. È ingrassato molto, ha difficoltà a dormire, spesso è stanco e ha problemi di concentrazione. Sulla base di questi sintomi, a James potrebbe essere diagnosticato un episodio depressivo maggiore.

John non si diverte più e si è allontanato dai suoi cari. Si sente “frenato” al punto tale da risultargli difficile anche muoversi, e non riesce più a svegliarsi la mattina. Fa fatica a prendere decisioni che riguardano la quotidianità. A causa di questi sintomi, recentemente ha perso il suo lavoro e successivamente ha tentato il suicidio. Anche a John, con tali sintomi, potrebbe essere diagnosticato un episodio depressivo maggiore.



John soffre di una depressione più grave e invalidante, inoltre, i suoi sintomi sono diversi da quelli di James. Queste importanti distinzioni tra di loro si perdono nel momento in cui vengono raggruppati e semplicemente etichettati come “depressi”.

La loro diagnosi potrebbe anche comparire o essere modificata facilmente per motivi che potrebbero non riflettere un cambiamento reale o significativo del disturbo mentale.

Diagnosi incerte con il DSM

Se, per esempio, John non avesse avuto difficoltà a svegliarsi la mattina presenterebbe solo quattro dei sintomi di depressione maggiore. Non avrebbe più soddisfatto i criteri necessari a ricevere una diagnosi. La soglia diagnostica arbitraria (ossia quella che necessita di cinque dei nove sintomi presenti sulla lista di controllo della depressione) comporta il fatto che John non potrà più accedere al trattamento coperto dalla sua assicurazione, nonostante l’impatto dei suoi sintomi sulla qualità della vita.


Inoltre, i confini tra i disturbi DSM a volte appaiono sfocati e non sempre è chiaro quale etichetta diagnostica si adatti meglio. Molti disturbi hanno liste di controllo simili fra di loro. Se, invece, James avesse riferito, ad esempio, anche una preoccupazione cronica e incontrollabile, oltre ai suoi sintomi di depressione - molto comuni - gli sarebbe stato diagnosticato un disturbo d’ansia generalizzato.

Molti dei limiti nel sistema DSM sono causati dal fatto che si affida su disturbi presumibilmente distinti da soglie arbitrarie (ad esempio, che necessitano di cinque dei nove sintomi). Queste caratteristiche del DSM sono stabilite dai comitati di esperti: a ogni nuova revisione, i comitati decidono quali disturbi debbano essere inclusi, la lista di controllo dei sintomi di ogni disturbo e il numero di sintomi necessari per una diagnosi.

L’affidamento ai comitati e ai processi politici ha portato a un sistema che non riflette la vera natura della malattia mentale. Le cose assumono un aspetto diverso se ci affidiamo ad un approccio empirico per fare una mappatura della struttura e dei confini della malattia mentale.

Seguire l'evidenza scientifica per descrivere la malattia mentale 

Dall’analisi dei dati su come le persone vivono i disturbi mentali, emergono pattern chiari sulle modalità in cui si co-verificano i disturbi. Ad esempio, chi è depresso probabilmente proverà anche ansia, mentre qualche giocatore compulsivo sarà, verosimilmente, afflitto anche dalla dipendenza da droga o alcool.

Questi tipi di pattern di co-occorrenze evidenziano le caratteristiche sottostanti comuni condivise dai gruppi di disturbi. Negli ultimi 20 anni, decine di studi hanno analizzato i modelli di co-occorrenza in decine di migliaia di esperienze di malattia mentale. Questi studi hanno trovato convergenza su sei larghi domini:
  1. Internalizzazione, che riflette una propensione verso emozioni negative eccessive, come depressione, ansia, preoccupazione e panico;
  2. Disinibizione, che riflette una predisposizione verso comportamenti impulsivi e imprudenti, e abuso di droga o alcol;
  3. Antagonismo, che è un misto di comportamenti aggressivi, sgradevoli e antisociali;
  4. Disturbi del pensiero, che comprende esperienze deliranti, allucinazioni o paranoia;
  5. Distacco, contrassegnato da scarsa iniziativa sociale e dal ritiro dalle interazioni sociali; e
  6. Disturbo somatoforme, definito da sintomi medici non spiegati e da ricerca eccessiva di rassicurazione e attenzione medica.
Ognuno di questi sei domini può essere misurato su una dimensione continua che rappresenta la probabilità che una persona possa sperimentare quei sintomi. Ad esempio, una persona che si trova in prossimità del margine minimo di internalizzazione probabilmente è emotivamente resiliente, calma e stoica di fronte alle avversità. Chi, invece, si trova al limite massimo potrebbe essere soggetto a profondi e prolungati periodi di depressione, a preoccupazione incontrollabile e a intensi timori irrazionali.

La posizione di una persona rispetto a queste dimensioni può prevedere non solo la salute mentale attuale, ma anche il tipo, il numero e la gravità dei disturbi mentali specificati in “stile-DSM” di cui soffrirà in futuro.

Osservare più da vicino la malattia mentale


La struttura HiTOP va oltre i sei ampi domini elencati sopra, essa include anche dimensioni più ristrette annidate all’interno di questi domini, che ci permettono di caratterizzare le esperienze delle persone affette da malattie mentali in modo più dettagliato.

Per esempio, la dimensione di internalizzazione comprende le dimensioni, più ristrette, di paura, disagio emotivo, disturbi del comportamento alimentare e bassi livelli di funzione sessuale. La misurazione di queste dimensioni più circoscritte permette una rapida comunicazione delle modalità in cui si palesa un alto livello di internalizzazione.

A loro volta, queste dimensioni più circoscritte possono essere separate in elementi ancora più dettagliati per determinare, ad esempio, se un livello elevato della dimensione della paura possa manifestarsi nelle interazioni sociali, come fobie oppure ossessioni o compulsioni.

Questa costruzione gerarchica della struttura - all’interno della quale le dimensioni ampie possono essere suddivise in dimensioni sempre più ridotte e più dettagliate - consentono un'elevata flessibilità alle esigenze dei medici e dei ricercatori. Le idee fondamentali della struttura dell’HiTOP sono già state attuate per rafforzare la ricerca sulla malattia mentale e sono pronte per essere utilizzate nella pratica clinica.

Un’alternativa migliore al DSM


Ritorniamo a James e John: piuttosto che valutare centinaia di sintomi sul DSM per determinare quale combinazione idiosincratica dei disturbi potrebbe essere assegnata per adattarsi meglio alle loro combinazioni di sintomi, possiamo valutare i sei vasti domini della malattia mentale, allo scopo di determinare rapidamente dove si trovano i due uomini su ciascuna dimensione.

Successivamente le dimensioni più dettagliate della struttura ci consentiranno di identificare i cluster più gravi o dolorosi della loro sintomatologia. Con la piena comprensione della natura, della portata e della gravità dei loro sintomi, possiamo indirizzarli ai trattamenti più appropriati ed efficaci disponibili.

La struttura gerarchica e dimensionale supera quindi i limiti della dipendenza del DSM su disturbi discreti “presenti o assenti” [ndr: sistema categoriale]: la struttura gerarchica ci permette di valutare e conservare informazioni dettagliate sui sintomi presentati dagli individui. La struttura dimensionale supera anche i limiti delle soglie di diagnostica arbitrarie del DSM, poiché è in grado di registrare la gravità della malattia mentale su ogni dimensione.

Viene inoltre superata la fragilità della classificazione dei disturbi secondo il DSM (cioè, che si possa determinare l’esistenza, l’inesistenza e la variazione della malattia mentale con soli piccoli cambiamenti nei sintomi). La remissione di un sintomo - o l’inizio di nuovi sintomi - varia semplicemente quando una persona si sposta nelle diverse dimensioni.

In conclusione, seguendo l’analisi dei dati dei pattern sintomatologici, vediamo un’immagine molto diversa dalle categorie di disturbi ricavate dai comitati di lavoro dei DSM. Questo nuovo quadro gerarchico e dimensionale è molto più coerente con la vera struttura della malattia mentale e può rivoluzionare il metodo in cui diagnostichiamo e trattiamo le molteplici modalità con cui le persone affrontano la propria salute mentale.
 

lunedì 8 maggio 2017

La correlazione tra maltrattamento animale e violenza interpersonale.


Oggi scelgo di pubblicare un video molto interessante sulla correlazione tra la violenza sugli animali e quella sull'uomo. 

Il video è stato girato al Veganfest del 2015, la relatrice è la dott.ssa Francesca Sorcinelli, Educatrice professionale/Presidente Link-Italia (APS), associazione italiana di specialisti della prevenzione, trattamento e contrasto della violenza interpersonale.   

"LINK nel linguaggio comune inglese significa legame, mentre in discipline quali psicologia, psichiatria, criminologia, scienze investigative, anglosassoni si connota come termine tecnico che sta ad indicare la stretta correlazione esistente fra maltrattamento e/o uccisione di animali e ogni altro comportamento violento, antisociale e criminale – omicidio, stupro, stalking, violenza domestica, rapina, spaccio, furto, truffa, manipolazione mentale, ecc." (dirittianimali.eu)

La dott.ssa nel video spiega in estrema sintesi e con professionalità questo legame. Buona visione.



mercoledì 26 aprile 2017

Perché la perdita di un cane può essere più difficile della perdita di un parente o di un amico.



Recentemente, io e mia moglie abbiamo attraversato una delle esperienze più strazianti della nostra vita - l'eutanasia della nostra amata cagna, Murphy. Ricordo il momento in cui io e Murphy ci siamo guardati negli occhi prima del suo ultimo respiro - lei mi ha lanciato uno sguardo, un affettuoso mix di confusione e rassicurazione, tutto era ok perché eravamo entrambi al suo fianco.

Quando le persone che non hanno mai avuto un cane, vedono gli amici, proprietari di cani, piangere la perdita di un animale domestico, probabilmente pensano che si tratti di una reazione eccessiva; dopo tutto, è “solo un cane”.

Tuttavia, coloro che hanno amato un cane conoscono la verità: il vostro animale domestico non è mai “solo un cane”.

Spesso ho ricevuto confidenze da amici che si sentivano in colpa perché erano molto più addolorati per la perdita di un cane che per la perdita di amici o parenti. La ricerca ha confermato che per la maggior parte delle persone, la perdita di un cane è, sotto ogni punto di vista, quasi sempre paragonabile alla perdita di una persona cara umana. Purtroppo, nei nostri schemi culturali non c’è molto a riguardo – non vi sono rituali per il dolore, nessun necrologio sul giornale locale, nessuna funzione religiosa – che potrebbe aiutarci a superare la perdita di un animale domestico, e farci sentire un po’ meno in imbarazzo nel mostrare pubblicamente il forte dolore provato per la loro morte

Forse, se la gente capisse quanto sia forte e intenso il legame tra le persone e i loro cani, questo dolore sarebbe accettato più ampiamente. Tutto questo sarebbe di grande aiuto per i proprietari di cani, permettendo loro di integrare il lutto nella propria storia di vita e di guardare al futuro. 

Un legame interspecie come nessun altro

Cosa si trova esattamente nei cani da rendere così stretto il legame degli esseri umani con loro? 

Per cominciare, i cani hanno dovuto adattarsi a vivere con gli esseri umani nel corso degli ultimi 10.000 anni. E l'hanno fatto molto bene: sono gli unici animali ad essersi specificatamente evoluti per essere nostri compagni e amici. 
L'antropologo Brian Hare ha sviluppato l’ “ipotesi della domesticazione” [ndr: ipotesi dell’autodomesticazione] per spiegare come i cani si siano trasformati, a partire dai loro antenati lupi grigi, in animali socialmente qualificati, a tal punto che ora interagiamo con essi in modo assai simile a quello in cui interagiamo con altre persone. 

Forse uno dei motivi per cui i nostri rapporti con i cani possono essere ancora più soddisfacenti rispetto ai nostri rapporti umani, è che i cani ci forniscono un feedback positivo davvero acritico e incondizionato (come dice un vecchio proverbio, “Possa io diventare il tipo di persona che il mio cane pensa che io sia già”).

Questo non è un caso. Essi sono stati selezionati per generazioni allo scopo di prestare attenzione alle persone, scansioni di risonanze magnetiche (MRI) mostrano che i cani rispondono alle lodi dei loro proprietari in modo altrettanto forte a come fanno in risposta al cibo (e per alcuni cani, la lode è un incentivo ancora più efficace del cibo). I cani riconoscono le persone e possono imparare a interpretare gli stati emotivi umani dalla sola espressione facciale. Studi scientifici indicano anche che i cani sono in grado di comprendere le intenzioni umane, riconoscono le persone che cercano di aiutare i loro proprietari ed evitano quelle che non cooperano con essi o che non li trattano bene. 

Non sorprende che gli esseri umani rispondano positivamente a tale affetto incondizionato, al loro sostegno e fedeltà. Alle persone basta osservare i cani per sorridere. I proprietari di cani hanno un punteggio più alto sulle scale di benessere e sono più felici, in media, rispetto alle persone che possiedono gatti o che non abbiano animali. 

Come un membro della famiglia

Il nostro forte attaccamento ai cani è stato sottilmente rivelato in un recente studio di “misnaming”. Il misnaming accade quando si chiama qualcuno con il nome sbagliato, come quando i genitori chiamano erroneamente uno dei loro figli con il nome di un fratello. La ricerca ha scoperto che le persone scambiano il nome dei membri della famiglia umana con quello del cane di famiglia, ciò indica che il nome del cane di famiglia appartiene allo stesso pool cognitivo degli altri membri della famiglia. (Curiosamente, la stessa cosa accade raramente con i nomi dei gatti). 

Non c'è da stupirsi che i proprietari di cani soffrano così tanto la mancanza dei propri cani quando non ci sono più. 

La psicologa Julie Axelrod ha fatto notare che la morte di un cane è così dolorosa perché i proprietari non perdono solo un animale. Essa può rappresentare la perdita di una fonte di amore incondizionato, un compagno fondamentale che offriva sicurezza e comfort, e forse anche un protetto di cui si è stati il mentore come per un bambino. 

La perdita di un cane può anche sconvolgere gravemente la routine quotidiana di un proprietario più intensamente che la perdita della maggior parte degli amici e parenti. Per i proprietari, i programmi giornalieri - anche i loro piani per le vacanze - possono ruotare intorno alle esigenze dei loro animali domestici. I cambiamenti nello stile di vita e di routine sono alcune delle fonti primarie di stress.

Secondo una recente indagine, molti proprietari di animali in lutto interpretano erroneamente suoni e avvistamenti ambigui, con i movimenti, ansimi e guaiti del pet defunto. E’ più probabile che questo accada poco dopo la morte dell'animale domestico, in particolare tra i proprietari che avevano livelli molto elevati di attaccamento ai loro animali domestici.

La morte di un cane è terribile, ciò nonostante i proprietari di cani sono così abituati alla presenza rassicurante e non giudicante dei loro compagni canini che, il più delle volte, alla fine, prenderanno un altro cane. 

Quindi sì, mi manca il mio cane. Ma sono sicuro che sarò io stesso a mettermi di nuovo di fronte a questa prova terribile negli anni a venire.

Tradotto e adattato da: The Conversation

martedì 18 aprile 2017

Il dilemma del contagio da suicidio. Parlare o non parlare di suicidio?



Negli ultimi anni, la ricerca ha dimostrato che il suicidio può potenzialmente diffondersi attraverso i social network - un fenomeno che alcuni hanno definito “contagio da suicidio”.

Diverse tecniche sofisticate di analisi statistica hanno ampiamente raggiunto la stessa conclusione: se qualcuno è esposto al tentativo di suicidio o alla morte per esso di un amico, ciò aumenta il rischio di quella persona di pensieri e tentativi di suicidio.

Le conseguenze possono essere devastanti per le famiglie, i compagni di classe e i cittadini, che rimangono da soli a cercare di comprendere le ragioni dei suicidi a catena che si verificano nelle loro comunità, da Newton nel Massachusetts, a Palo Alto in California.

E’ una domanda che rappresenta una sfida per i ricercatori, che da decenni cercano risposte. Il ruolo del contagio da suicidio è forse uno degli aspetti meno compresi del suicidio, esso ci mette in una posizione di grosso svantaggio quando si devono progettare strategie efficaci per prevenire la diffusione dei suicidi.

Per questo motivo, nel nostro recente studio, abbiamo esaminato gli adolescenti. Volevamo sapere se l’essere o meno a conoscenza del tentativo di suicidio di un amico, può cambiare la possibilità del rischio personale di mettere in atto dei tentativi di suicidio.

Utilizzando dati longitudinali, abbiamo scoperto che gli adolescenti che hanno appreso del tentativo di suicidio di un amico, hanno quasi il doppio delle probabilità di tentare il suicidio un anno dopo. I giovani che hanno effettivamente perso un amico a causa di un suicidio, hanno un rischio ancora più elevato. È interessante notare che, gli adolescenti a cui gli amici non avevano parlato del loro tentativo di suicidio, non avevano un aumento significativo del rischio di suicidio un anno più tardi.

Il nostro studio ha diverse implicazioni interessanti per la prevenzione del suicidio.

In primo luogo, per un adolescente fare esperienza del tentativo di suicidio, o della morte, di un amico, sembra cambiare il profilo di rischio in modo significativo. Prima o poi tutti noi siamo esposti al suicidio, sia se questo avviene attraverso la lettura di Romeo e Giulietta, sia semplicemente guardando il telegiornale. Ma l'esposizione al tentativo di suicidio di un amico, o alla sua morte, appare trasformare l'idea lontana del suicidio in qualcosa di molto reale: un significativo e tangibile copione culturale, che i ragazzi possono mettere in atto per far fronte alle difficoltà.

In secondo luogo, seguendo il vecchio adagio “chi si somiglia si piglia”, alcuni hanno sostenuto che gli adolescenti depressi possono semplicemente fare amicizia tra loro, il che spiegherebbe il motivo per cui i gruppi di amici hanno tassi di suicidio simili (e contraddirebbe la teoria del contagio da suicidio).

Tuttavia i nostri risultati aggiungono alla letteratura esistente, l’indicazione che il contagio da suicidio non è semplicemente un fenomeno adolescenziale ove i ragazzi scelgono amici con una vulnerabilità al suicidio simile alla loro.
Se il contagio non avesse importanza, non dovrebbe averne neanche l’essere a conoscenza dei tentativi di suicidio. Ma, è evidente che, solo se i giovani sanno del tentativo di suicidio del loro amico, il rischio si innalza.

Come possiamo allora utilizzare questa conoscenza?

E' chiaro che il suicidio non è semplicemente un prodotto della malattia psicologica o di fattori di rischio psicologici. L'esposizione al suicidio, anche se è solo un tentativo, è emotivamente devastante, e gli adolescenti hanno bisogno di sostegno per affrontare le emozioni complesse che seguono l’evento. Qui, la prevenzione - o, come a volte è chiamata, “postvention strategies” (strategie post intervento) - diventa cruciale.

Una chiara implicazione del nostro lavoro è che nelle indagini di screening per il rischio suicidario, ai ragazzi si dovrebbe sempre chiedere, se siano a conoscenza di qualcuno che abbia tentato o sia morto per suicidio. In realtà, molti strumenti affidabili per lo screening adolescenziale per il suicidio includono domande circa l'esposizione ad esso.

Tutto ciò sembra ragionevole. Ma poi le cose diventano meno chiare e più difficili da interpretare.

Sulla base di quello che la nostra ricerca ha dimostrato, è naturale chiedersi se le persone che hanno tentato il suicidio dovrebbero essere scoraggiate dal parlarne. C'è il timore che, parlando di suicidio, potremmo senza intenzione promuoverlo.
Allo stesso tempo, se noi incoraggiamo le persone a non parlare di suicidio - in particolare i giovani - si potrebbe perdere l’opportunità di aiutare coloro che hanno pensieri suicidari e che stanno contemplando di togliersi la vita.

Inoltre, il senso di appartenenza ad un gruppo - sostenuto da amici e familiari, all’interno di una vita sociale sana - è essenziale per la prevenzione del suicidio. Se incoraggiamo i giovani a non parlare di suicidio, possiamo involontariamente aumentare la sensazione di isolamento degli adolescenti con pensieri suicidi, sensazione che contribuisce al rischio di suicidio.

A causa dello stigma pervasivo sulla malattia mentale e sul suicidio, è spesso molto difficile per le persone ammettere che hanno bisogno di aiuto. Così, invece di incoraggiare il silenzio sul tema del suicidio, potrebbe essere meglio educare gli adolescenti su come rispondere in modo appropriato se un amico rivelasse loro dei pensieri suicidari o un tentativo di suicidio.

Fortunatamente, esistono programmi basati su prove di efficacia come Question, Persuade, Refer (QPR) e SOS Signs of Suicide program. Questi programmi possono insegnare ai ragazzi strategie per ricevere aiuto dagli amici, basate su fonti specialistiche (per inciso, questi programmi sono spesso offerti nelle scuole).

Inoltre, è importante che genitori, insegnanti e allenatori si sentano a proprio agio nell’affrontare il discorso del suicidio; essi hanno bisogno di diventare esperti nelle risposte adeguate, e rendersi conto che un tentativo di suicidio può avere un effetto a catena che si riverbera oltre il singolo individuo.

Dopo tutto, è quando gli adolescenti sono lasciati soli ad affrontare il disagio dei loro amici che diventano più esposti al lasciarsi contagiare dai comportamenti e dalle ideazioni suicidarie.

Tradotto e adattato da: the conversation