domenica 28 dicembre 2008

"Saper ascoltare"


Vi è mai capitato di aver pensato che una certa persona non sapesse proprio ascoltare o di esservi accorti - solo in un tempo successivo - che qualcuno vi stava comunicando qualcosa di molto importante a cui voi non avete saputo prestare attenzione? Oppure di prevaricare in continuazione sull’altro, alzando la voce senza fermarvi ad ascoltarlo?




Credo sia banale ricordare che l’ascolto è una relazione imprescindibile tra gli esseri umani, capace di promuovere l’incontro, il contatto e la crescita personale; l’ascolto offre la possibilità del confronto e di vedere oltre il proprio orticello. Esso è la qualità principale di ogni colloquio, non solo di quello psicologico. D’altro canto, non è altrettanto banale la conoscenza dei principi basilari dell’ascolto.




Ascoltare è un’azione intellettuale ed emotiva, significa cogliere pienamente quello che la persona vuole dire con le parole e con il corpo.




Possiamo riassumere le tipologie dell’ascolto a tre tipi principali:




l’ascolto passivo: si ha quando il ricevente non invia nessun feedback al proprio interlocutore: si limita ad udirlo e basta, le parole entrano in un orecchio ed escono dall’altro. Questa modalità non solo lascia deluso l’emittente ma non permette di cogliere gli aspetti essenziali dell’altro;



l’ascolto selettivo: si verifica quando il ricevente seleziona le informazioni che l’emittente invia, recependo quelle che ritiene, in qualche modo, interessanti e scartando il rimanente. In tal modo una parte importante del contenuto andrà perduta per sempre;



l’ascolto attivo: è l’unico che porta ad una comunicazione efficace. E’ un ascolto che crea contatto nel qui ed ora, restituisce un feedback su quello che si è appena ascoltato, evita il giudizio e coglie i contenuti e tutte le sfumature (verbali e non verbali) della comunicazione. L’ascolto attivo richiede la capacità di ascoltare l’altro pienamente.




Impariamo ad ascoltare se sappiamo afferrare in pieno quanto l’altro sta dicendo manifestando di averlo compreso con riformulazioni, se riusciamo a sottolineare gli aspetti più salienti e significativi e rispettiamo le pause dell’altro, se non imponiamo il nostro stile comunicativo ma siamo capaci di adattarci allo stile dell’altro, se evitiamo di fare domande su domande ma ci dedichiamo ad approfondire un tema alla volta, se nell’ascolto riusciamo ad essere noi stessi. Tutto questo fa davvero la differenza tra l’ascolto di una persona e quello del più tecnologico supporto di registrazione.




Le dimensioni cruciali dell’ascolto (3V+B)




Ivey e altri ricercatori hanno studiato che la capacità di prestare attenzione ed ascolto è costituita da quattro dimensioni cruciali, che sono il primo scalino per tutte le altre tecniche di ascolto attivo. In breve, per comunicare che si sta realmente ascoltando e prestando attenzione all’altro sono necessarie le tre “V” più un linguaggio corporeo che dimostri attenzione “+B” (Ivey, Normington, Miller, Morril e Haase, 1968). Le riporto così come sono espresse dagli autori citati:




  1. “Contatto Visivo (Visual Contact). Se sta per parlare con delle persone le guardi.

  2. Tono della voce (Vocal quality). Anche il tono di voce ed il ritmo nel parlare indicano chiaramente come lei si sente verso un’altra persona. Pensi in quanti modi può dire: “Sono davvero interessato a ciò che ha da dire” cambiando semplicemente il tono della voce ed il ritmo del discorso.

  3. Aderenza verbale (Verbal tracking). Il cliente [ndr: qui si parla di counselling, ma cliente può essere inteso anche come l’amico, il familiare, il/la compagno/a o semplicemente l’altro] è venuto da lei con una sua preoccupazione. Non cambi argomento; rimanga aderente alla storia del cliente.

  4. Linguaggio corporeo che dimostri attenzione ed autenticità (Body language). I clienti sanno che lei è interessato se si pone di fronte a loro apertamente, se si inclina leggermente in avanti, se ha un viso espressivo e usa dei gesti incoraggianti e facilitanti. In breve, sia se stesso – l’autenticità nell’ascolto è essenziale.”

Quali sono gli errori da evitare?




Una serie di errori possono pregiudicare la funzionalità di una comunicazione efficace, questi errori sono stati individuati da T. Gordon, un importante studioso della comunicazione e teorico dell’ascolto attivo. Gli errori da evitare secondo Gordon sono:




  1. Ordinare, comandare, esigere;

  2. Avvertire, minacciare;

  3. Far la predica, rimproverare, dire cosa si deve o non si deve fare;

  4. Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti;

  5. Redarguire, ammonire, fare argomentazioni logiche;

  6. Giudicare, criticare, disapprovare, biasimare;

  7. Apprezzare, concordare, dare valutazioni positive;

  8. Definire, stereotipare, ridicolizzare;

  9. Interpretare, analizzare, diagnosticare;

  10. Rassicurare, mostrare comprensione, consolare, incoraggiare;

  11. Fare domande, indagare, mettere in dubbio, controinterrogare;

  12. Eludere, distrarre, fare del sarcasmo, fare dello spirito, cambiare argomento.



Inoltre, Gordon fa osservare che queste barriere alla comunicazione contengono sempre il pronome “tu”, “Tu sei così …” “Tu non l’hai fatto …” “Tu dovresti comportarti diversamente …” con il risultato che l’altro non si sente accolto ma disconfermato. I messaggi-Tu esprimono un giudizio su chi ascolta. I messaggi-Io, invece, palesano un sentimento di chi parla, vi è un “assunzione di responsabilità” che decodifica uno stato di fatto e che predispone ad un confronto di crescita tra gli interlocutori.


Qualche consiglio pratico:



  • Tenere un buon grado di contatto oculare. Seppure possono esistere differenze culturali, va considerato che nella cultura europea e nordamericana il contatto oculare diretto è considerato un segno di interesse, se però si notano imbarazzo e disagio può essere importante evitare il contatto oculare troppo diretto e distogliere lo sguardo per non sembrare invadenti. In tal modo potremo anche notare che se l’emittente parla di un argomento particolarmente interessante, le sue pupille tendono a dilatarsi o, al contrario, a contarsi se lo ritiene noioso.

  • Anche la voce comunica emozioni, i cambiamenti di tono, volume e velocità possono segnalare cambiamenti importanti ad esempio: esitazioni e interruzioni possono indicare confusione e stress, schiarirsi la voce può significare che le parole non vengono fuori facilmente. Se alcune parole sono enfatizzate quasi sicuramente avranno a che fare con temi significativi e rilevanti per quella persona.

  • La nostra postura, se seduti, va orientata, protesa verso l’interlocutore, se in piedi possiamo avvicinarci. Sarà importante anche notare come cambia la postura nell’altro, se è protesa in avanti denota interesse, se si tira indietro noia o spavento.

  • Prestare attenzione alle nostre espressioni facciali perché queste possono sottolineare interesse o noia.

  • Di tanto in tanto annuire col capo, dire “capisco”, “certo”, “comprendo” etc, perchè fornisce all’interlocutore chiari segnali di ascolto.

  • Di tanto in tanto riassumere, con parole proprie, ciò che è stato detto: “se comprendo bene stai dicendo che…”, “vuoi dire che…”.

  • Fare domande aperte e non chiuse, domande cioè che lasciano spazio di espressione al nostro interlocutore.

  • Anche le pause e i silenzi sono importanti, se la persona è a suo agio nel silenzio, è importante rimanere uniti nel silenzio, se, invece, si percepisce imbarazzo o disagio può essere importante fare una domanda o un commento su qualcosa di significativo detto appena prima.

  • Essere se stessi, non mascherarsi, non compiacere ad ogni costo ma lasciar andare il nostro ascolto a tutto ciò che c’è di profondamente umano nell’altro.

  • E’ importante anche imparare ad ascoltare noi stessi e le nostre emozioni mentre si ascolta l’altro, è in questo modo che saremo empatici.

***



Ascoltare attentamente permette di costruire legami significativi con gli altri, è un’abilità sociale (Goleman, 1998), aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi, si impara a conoscere più approfonditamente gli altri, questi ultimi si sentiranno sostenuti e sicuri di esplorare i loro sentimenti ed esprimere le loro idee in nostra presenza. L’ascolto crea un clima di fiducia, di rispetto e di comprensione tra le persone, mentre il non sapere ascoltare può influire negativamente sulla qualità delle nostre relazioni, lasciandoci con sensazioni di inquietudine e di vuoto.



E’ necessario anche considerare che le nostre peculiarità nell’ascolto sono condizionate dai modelli appresi quando si era bambini, dalle figure significative del nostro ambiente e dalle nostre decisioni di copione. Per prendere consapevolezza di questi aspetti, e poter attuare il cambiamento che si desidera, può essere illuminante effettuare un percorso di psicoterapia.



Un ultimo e prezioso suggerimento può essere quello di ascoltare spesso della buona musica, perché, come sostiene il grande maestro Claudio Abbado:




è la musica che insegna ad ascoltare, se si ascolta, s’impara.


Bibliografia:

Ivey, A.E. & Bradford Ivey, M. (2004). Il colloquio intenzionale e il counselling. Las, Roma


Ivey, A., Normington, N., Miller, D., Morril, W., & Haase, (1968). Microcounselling and attending hehavior: An approach to pre-practicum counsellor training. Journal of Conseling Psycology, 15, 1-12.


Goleman, D. (1998). Emotional Intelligence: Why it can matter more than IQ. New York: Bantam.

Gordon, T. (1993). Insegnanti efficaci, Giunti Lisciani Editori.


Scilligo P.,(1991-1992-1993). Io e tu. Parlare, capire e farsi capire, vol. 1,2,3, Roma: IFREP.









lunedì 8 dicembre 2008

"Una psicobufala a caso: quando vai dallo psicologo devi sdraiarti sul lettino”.




Il titolo del post nasce dalla lettura di un libro: “Psicobufale. Dall’Anoressia alla Zoofobia, come difendersi dalle balle raccontate dai media e continuare a credere nella psicologia”, scritto con ironia e professionalità da Silvia Bianconcini*, Psicologa Psicoterapeuta. Nel libro l’autrice raccoglie una serie di informazioni distorte sulla psicologia e ci invita a diffidarne e a districare la verità. Così scriveva nel 2005 la collega Silvia Bianconcini:

“Faccio parte della nutrita schiera degli strizzacervelli. Non so, viste le psico-sciocchezze che si sentono da tutte le parti, se io debba andarne fiera. Fatto sta che più faccio questo mestiere e più mi piace. Perché non ha granché in comune con quel che si dice in giro. E allora che facciamo di tutte le psico-corbellerie da cui siamo circondati? Io una modesta proposta ce l’avrei: le piazziamo in questo blog!”.
Da qui la nascita del suo blog: http://psico-bufale.splinder.com/ Dai contenuti più efficaci del blog nasce il libro, edito da Rizzoli.

Dopo averlo letto con attenzione, seleziono qui una psicobufala a caso: “quando vai dallo psicologo devi sdraiarti sul lettino”. Infatti, occorre sapere che il lettino non è affatto una caratteristica obbligatoria della stanza di uno psicologo. L’autrice informa che vi sono molti psicologi che usano due poltroncine, una per il paziente e una per il professionista, altri ancora si siedono dietro una scrivania. In breve, il lettino è una generalizzazione non corretta, che, come afferma la Bianconcini, sa più di leggenda metropolitana piuttosto che corrispondere ad una realtà, che è invece più variegata. La ragione più fondata per la quale si utilizza il lettino è la facilità di regressione allo stadio infantile evocata dalla posizione sdraiata: così come il bambino ha poca libertà di movimento e autonomia nelle decisioni, anche il paziente - sul lettino - ha meno libertà di movimento e campo visivo dell’analista, seduto alle spalle del paziente. Ma al di fuori di questa importante considerazione, è completamente infondata l’equazione “psicologi = lettino sempre e comunque”. Come scrive l’autrice: “se entrate nello studio di uno psicologo e non trovate il lettino non stupitevi, non pensate di aver sbagliato indirizzo, non mettetevi a temere che sia uno psicologo di serie B. E’ molto semplice: lui non lo usa, e basta.”.

Consiglio la lettura del libro, esso è utile per avere una visione più realistica del mondo della psicologia e poterne, pertanto, usufruire in modo più informato e senza timori irrazionali. Di seguito si potranno leggere i titoli di altre psicobufale trattate nel libro e in continuo aggiornamento nel blog..

* Silvia Bianconcini, vive e lavora a Imola, ha creato e cura personalmente anche il sito: http://www.psicologia-imola.it/


SOMMARIO
INTRODUZIONE:
Psicobufale: leggende metropolitane sulla psicologia (e sugli psicologi)
Psico-cosa?
"Dallo psicologo funziona come dal medico"
PSICOBUFALE:
A come Anoressia
B come Buoni consigli
C come Curare
D come Depressione
D come Dire tutto
E come Euro-dipendenza
F come Follia
G come Gesti
H come High-tech
I come Inconscio
L come Lettino
L come Lettura del pensiero
M come Medicine
N come Novità
O come Omosessualità
P come Pensieri degli altri
Q come Quarantenni
R come Ricordi traumatici
S come Sogni
S come Sostenibilità della terapia
T come Test psicologici
U come Uguale
V come Voci
Z come Zoofobia

CONCLUSIONI

mercoledì 19 novembre 2008

"Come scegliere lo psicoterapeuta?"


Scegliere uno psicoterapeuta non è semplice, i dubbi e le perplessità potrebbero essere molteplici e magari si vorrebbe avere per se stessi lo psicoterapeuta infallibile. E’ bene ricordare che la psicoterapia è un lavoro che è basato sulla collaborazione e richiede la partecipazione attiva del paziente stesso. Lo psicoterapeuta competente aiuta la persona a ritrovare le radici dei propri blocchi e conflitti, in modo che la persona raggiunga il cambiamento desiderato ed una crescita personale. Ciò che conta in questo percorso è soprattutto una buona alleanza di lavoro tra il professionista e la persona, tuttavia la preparazione professionale ed etica dello psicoterapeuta non può prescindere da alcune caratteristiche.




Le caratteristiche principali di un buon psicoterapeuta sono:






  • “essere laureato in medicina o psicologia, o comunque essere iscritto all’ordine dei medici e degli psicologi;

  • aver frequentato e completato una scuola di specializzazione post-universitaria in una delle forme di psicoterapia accreditata;

  • svolgere uno o più colloqui di orientamento;

  • informare chiaramente durante tali colloqui sulla propria opinione circa i problemi del paziente e su quanto necessita fare (es. una psicoterapia, da sola o congiuntamente a dei farmaci);

  • affrontare il rapporto con il paziente con discrezione e nei limiti di un rapporto esclusivamente professionale;

  • esporre con precisione quanto il paziente deve tenere in considerazione nei termini di un impegno da parte sua”.




Come valutare invece quando uno psicoterapeuta si rapporta in modo poco professionale al suo futuro paziente?



  • “di fronte alla richiesta circa la natura dei propri problemi e sui risultati che ci si potrebbe aspettare da uno psicoterapeuta, le risposte sono evasive, vaghe: lo psicoterapeuta da l’impressione di non volersi impegnare, né compromettere;


  • al contrario le risposte sono improntate a un tono illusorio: la guarigione viene garantita o data per scontata;


  • il tono dell’incontro diviene immediatamente confidenziale e cameratesco: si passa subito al “tu”, e in sostanza il terapeuta fa capire di essere una sorta di “amicone” del quale ci si può tranquillamente fidare;


  • durante il colloquio si fanno nomi di altri pazienti;


  • viene detto o fatto capire che si potrà uscire dai confini di un rapporto professionale: non è necessario arrivare a un invito a cena esplicito, ci sono tanti modi per lasciare intendere!


  • viene espresso un atteggiamento svalutativo o denigratorio verso altri colleghi o altre psicoterapie: un terapeuta serio non si pronuncia su quanto non conosce in prima persona, ed è comunque rispettoso del lavoro altrui”.



Cosa richiede lo psicoterapeuta?



  • “la disponibilità ad entrare in un lavoro su se stessi in cui l’effetto immediato, per come ce lo si può aspettare da un farmaco, va dimenticato: il conoscere se stessi ha tempi adeguati. Soprattutto, lo scopo della psicoterapia non è quello di far “scomparire” dei sintomi disturbanti bensì quello di ritrovare un equilibrio globale. Questa ricerca deve passare attraverso una rielaborazione di quello che ha condotto nella vita precedente agli scompensi che hanno portato alla psicoterapia. [...] [ndr: le terapie brevi o focali possono avere risultati più limitati e questo va comunicato alla persona];

  • lo psicoterapeuta chiederà la disponibilità a investire nel tempo; questo significa un certo lasso di tempo nel lungo periodo (mesi o anni), nell’immediato di riservare una o più ore della propria settimana per le sedute;

  • verrà definita la necessità improrogabile di assumere un atteggiamento attivo nel lavoro: questo potrà significare per qualcuno l’impegno a riportare i sogni, per altri l’attenzione ai propri dialoghi interni e così via dicendo in base alla tecnica seguita.”




Cosa offre lo psicoterapeuta?



“uno o più colloqui orientativi: prima di arrivare a un impegno contrattuale definito, lo psicoterapeuta e il potenziale paziente devono conoscersi. Lo psicoterapeuta deve avere il tempo sufficiente per valutare le problematiche di chi ha di fronte, per decidere di cosa ha bisogno: è bene quindi diffidare dalle assunzioni in terapia affrettate, ad esempio per telefono o nei primi minuti del primo colloquio. Un terapeuta etico e competente avrà necessità di entrare in confidenza con il paziente. Al contrario egli dovrà assicurare al paziente il tempo necessario per avere un’idea seria di cosa si deve aspettare entrando in una psicoterapia;


  • il terapeuta fornirà informazioni chiare ed esaurienti rispetto alle legittime richieste del paziente riguardo ai suoi titoli, alla natura della psicoterapia svolta, alla durata media dell’intervento (ribadendo con assoluta chiarezza che nel caso singolo previsioni non se ne possono fare), ai costi;

  • il terapeuta garantirà una discrezione totale sulla psicoterapia del suo paziente […]

  • il terapeuta illustrerà realisticamente i fini e i possibili risultati del suo metodo di trattamento, sgombrando il campo da facili entusiasmi o pretese miracolistiche.”

Queste interessanti e brevi indicazioni sono tratte dal libro: “Scegliere lo psicoterapeuta. Come e quando”, di Michele Novellino, Franco Angeli, Le Comete, 2002. Il volume è molto utile per chi vuole rivolgersi alla psicoterapia. Esso pone riflessioni su domande come: quand'è il caso di rivolgersi ad uno psicoterapeuta?; come orientarsi tra le diverse psicoterapie?; che cosa avviene in una seduta?; come si svolge il primo colloquio? etc. Inoltre, personalmente, ho trovato particolarmente interessante e costruttivo l'apporto di noti capiscuola della psicoterapia, ciascuno dei quali illustra, in capitoli separati, le caratteristiche principali del proprio metodo.

sabato 15 novembre 2008

“Piccole riflessioni sulla crisi quale possibilità di cambiamento e crescita personale”




In verità, in verità vi dico:
se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà, darà molti frutti.

Vangelo secondo Giovanni, XII, 24





Il termine crisi deriva dal greco κρινω che vuol dire scegliere, decidere, separare, discriminare. La crisi corrisponde al momento della scelta e implicitamente porta in sé l’idea di cambiamento, della trasformazione, del passaggio e quindi anche della possibilità di una crescita personale.



Seppure scegliere può essere doloroso e per l’appunto vissuto come crisi, per crescere è necessario attuare una scelta. Nei momenti critici ci si può sentire lacerati, divisi in posizioni conflittuali, una parte di noi sembra volere andare in una direzione e l’altra in quella opposta ma per poter andare avanti è necessario separarsi da quello che non ci occorre più.



Riflettiamo su queste parole di Jaspers, per il quale la crisi è un punto di passaggio dove:



“il tutto subisce un cambiamento subitaneo, dal quale l’individuo esce trasformato, sia dando origine a una nuova risoluzione, sia andando verso la decadenza. La storia della vita non segue il corso unitario del tempo, struttura il proprio tempo qualitativamente, spinge lo sviluppo delle esperienze a quell’estremo che rende inevitabile la decisione. Solo opponendosi allo sviluppo l’uomo può fare il vano tentativo di mantenersi nella posizione di dominare la decisione senza decidere. Poi la decisione avviene suo malgrado mediante la continuazione effettiva della vita. La crisi ha il suo momento non può essere anticipata né saltata. Deve, come tutte le cose della vita, maturare. Non deve apparire necessariamente in modo acuto come una catastrofe, ma può con un andamento silenzioso, apparentemente senza dare nell’occhio, compiersi per sempre in modo decisivo” (Jaspers, 1964).


La crisi può assumere un significato positivo, quando si è capaci di vederla come l’espressione di un bisogno emergente, di un desiderio frustrato, di perdite e fallimenti da riconsiderare, di qualcosa che può essere cambiato secondo le nostre necessità attuali e che può tendere ad una spinta evolutiva e non ad un semplice momento di stasi e regressione. Se la crisi, invece, sfugge al controllo del soggetto, egli non riuscirà ad utilizzarla in maniera costruttiva per la propria crescita e si avvierà un cambiamento negativo.



Per Caplan (1961) la crisi è:


« uno stato che si verifica quando una persona si trova a fronteggiare un ostacolo che le impedisce il raggiungimento d’importanti obiettivi vitali; questo è, per un certo lasso di tempo, insormontabile tramite l’utilizzazione di metodi abituali di risoluzione di problemi. Ne consegue un periodo di disorganizzazione, un periodo di sconvolgimento, durante il quale sono fatti molti tentativi verso la risoluzione del problema, che però abortiscono. Alla fine è raggiunta una qualche forma d’adattamento, che può rivelarsi o meno come la soluzione più utile per la persona e per chi le sta vicino».



L’autore, inoltre, individua un processo di crisi che suddivide nelle seguenti fasi sequenziali:





  1. iniziale ascesa della tensione e messa in atto di abituali meccanismi di risoluzione dei problemi;

  2. fallimento di queste strategie con un conseguente aumento della tensione al punto tale che l’individuo può sentirsi impotente e rassegnato;

  3. messa in atto di nuove strategie, in quanto si possono prendere in considerazione nuovi aspetti del problema e strumenti non ancora sperimentati;

  4. se vi è il fallimento di ogni tentativo, si determina un ulteriore aumento della tensione e, dopo un periodo di circa 4-6 settimane, si assiste comunque alla manifestazione spontanea di una risposta, qualunque essa sia.

Dalla teoria della crisi di Caplan, sono state derivate tecniche che i professionisti adottano allo scopo di aiutare le persone a modificare stati d’animo, sentimenti, sintomi o comportamenti, considerati maladattativi e che hanno portato alla richiesta d’aiuto psicologico. In generale i professionisti aiuteranno la persona a gestire adeguatamente i sentimenti di rabbia, collera ed angoscia relativi alla crisi, aiutandola, in tal modo, ad affrontare in maniera costruttiva la situazione critica.


L’aiuto professionale di intervento sulla crisi può essere delineato in due grandi aree:





    • “l’area dell’aiuto, nella quale rientrano il counseling e tutte quelle professioni che con la relazione e con l’aiuto hanno a che fare, rivolta a quei momenti critici dell’esistenza che una persona relativamente sana può attraversare, caratterizzati dalla modificazione di un equilibrio precedentemente esistente e che possono necessitare di un aiuto o di un accompagnamento;



    • l’area della psicoterapia, per il trattamento degli aspetti psicopatologici della crisi, intesa come momento patologico caratterizzato dalla modificazione di uno stato di compenso e che necessita pertanto di un intervento specifico.” (Fulcheri M., Cairo E., Torre E. 2005).


Bibliografia:


Jaspers K. (1913): Psicopatologia generale. Il Pensiero Scientifico, Roma (1964).


Caplan G. (1961): An approch to community mental health. New York: Grunne & Stratton.


Fulcheri M. (2005): Le attuali frontiere della psicologia clinica. Centro Scientifico Editore, Torino.






mercoledì 5 novembre 2008

La sindrome dell'Uomo Masherato



Questo post è la recensione di un libro: La sindrome dell'uomo mascherato: come sfatare il mito dell'uomo forte e insensibile, dedicato all'universo maschile che attraversa da oltre un ventennio una grave crisi d'identità. Il testo propone una riflessione e degli spunti al cambiamento per tutti quegli uomini in cui l’emotività e l’affettività sono compresse, fino all’incapacità di sentire e di provare paura, dolore, tenerezza. La difficoltà di contattare emozioni importanti come quelle citate impedisce la possibilità di costruire legami affettivi significativi con le proprie compagne, ma anche con i propri figli.


L’autore, noto psicoterapeuta, svela come l’uomo spesso maschera molte delle sue emozioni adattandosi a caratteristiche psicologiche che si rifanno ad un mito dell’immaginario maschile e femminile, un mito seducente ma anche terribilmente illusorio. Egli pone l’attenzione su come si sviluppa un copione di virilità rigido e limitante e su come la società contribuisce a consolidarlo.


L’Uomo Mascherato nasconde innanzitutto quelle emozioni che, in base ad un pregiudizio diffuso, possono manifestare debolezza come la paura e la tristezza. Fin da piccoli i maschietti vengono addestrati ad essere forti:


“[…] il bambino impara che per essere accettato dal proprio ambiente deve rimanere emotivamente entro un confine preciso, dove sono concesse solo quelle reazioni emotive che appartengono al gruppo dell’aggressività, e quindi la rabbia, la rivalità, la competizione e così via dicendo.” [pg. 80]

Novellino discute che, da un punto di vista etologico, la logica dell’uomo forte ad ogni costo, poteva essere dettata dalla necessità di assicurare alla “tribù” cacciatori e combattenti resistenti, capaci di controllare adeguatamente le proprie emozioni di fronte ai numerosi pericoli che minacciavano la sopravvivenza della comunità. A tal proposito egli mette in evidenza gli studi di Gilmore (1993) concernenti lo sviluppo dell’identità maschile e del concetto di virilità, ove la posizione di vero uomo prevede il superamento di una soglia critica, un rito d’iniziazione per giungere alla conquista di un’identità sessuale maschile. Oggi questa logica è particolarmente evidente nei gruppi criminali, essere forti significa essere accettati dalla cultura del gruppo, ma allo stesso tempo alimenta una spirale violenta e senza fine.


Negare delle emozioni importanti come la paura e la tristezza porta l’individuo a disconoscere aspetti importanti della propria personalità. Sebbene controllare queste emozioni può essere adattativo in condizioni di forte stress ed emergenza, nella vita di tutti i giorni può irrigidire una persona e comportare lo sviluppo di pericolosi comportamenti controfobici. Il mondo non è diviso in lupi e pecore.


Il bambino che da grande diverrà un Uomo Mascherato evita un forte sentimento depressivo derivante dal non sentirsi accettato in tutta la sua dimensione emotiva e psicologica, si adatterà, quindi, al “codice maschile”, all’essere forti. L’aiuto di uno psicoterapeuta sarà utile all’Uomo Mascherato per buttare giù la maschera e imparare a sentire di nuovo le proprie emozioni, accettando di percepirsi anche come una persona che può essere vulnerabile e bisognosa di sostegno e conforto. Questo processo lo aiuterà a sviluppare un’identità maschile realistica.


Qualche parola la merita anche la donna dell’Uomo Mascherato, come sottolinea l’autore: “Non esisterebbero Uomini Mascherati senza le loro Diane”. Esse sono donne che ricercano nell’uomo alcune caratteristiche:





  1. “notevole prestigio sociale (politici, industriali, attori);

  2. aspetto seducente e modi cavallereschi;

  3. notevole chiusura caratteriale, con spontaneità emotiva nulla;

  4. rifiuto a considerare il rapporto sentimentale prioritario rispetto alle loro ambizioni;

  5. tendenza ad abbandonare al momento di un impegno (convivenza etc..)”.

Seppure queste donne sembrano alla ricerca di un rapporto amorevole ed intimo, continuano a cercare uomini che le respingono, in un continuo “copione” di illusioni e delusioni. In realtà queste donne hanno avuto un rapporto idealizzato con una figura paterna assente; il padre rimane una sorta di “fantasma inaccessibile” e continuano ad essere attratte da uomini che le approcciano con fare seduttivo e illusorio, facendole poi rimanere disilluse e arrabbiate. E’ importante per esse riflettere sulle loro emozioni e comportamenti, individuando il piano inconscio che continuano a ripetere, ovvero la ricerca di una persona inaccessibile su cui continuare a fantasticare, così come facevano da piccole con il padre. Anche queste donne hanno paura di provare emozioni profonde, paura di perdere il controllo della situazione: cosa succederebbe se un uomo si avvicinasse davvero a loro con affetto e spontaneità?

L’autore nel libro propone anche dei suggerimenti pratici per tirare giù queste maschere e smettere con le illusioni:




1. “accettare che è umano aver paura: quest’ultima è una reazione di allarme di fronte ad un pericolo, presente in tutto il mondo animale. Serve a preservare l’individuo dal rischio di danneggiarsi o di estinguersi […];


2. accettare che è umano provare tristezza e dolore: sono sentimenti al senso di mancanza e al senso di perdita, anch’essi sono segnali presenti in tutto il mondo animale. Avete mai sentito parlare di quei cani che compiono percorsi enormi per ritrovare i loro padroni?;


3. accettare il bisogno degli altri: l’essere umano, uomo o donna che sia, è un individuo sociale con forti bisogni interpersonali. Per quanto gli uomini abbiano imparato a sublimare quella che gli psicoanalisti chiamano la pulsione d’attaccamento, in varie forme di affermazione sociale (denaro, sesso, sport, politica, guerra), loro non sono meno bisognosi delle donne da quel calore che deriva dalla vicinanza di un altro essere umano, e dalla fiducia che questa presenza rimarrà.”



E’ molto interessante anche leggere nel libro una serie di casi clinici e di personaggi cinematografici che Novellino utilizza per illustrare le dinamiche presentate.


La Sindrome dell’Uomo Mascherato è edito da Franco Angeli, collana Le Comete, 1a edizione 2003.


Michele Novellino è nato a Roma, dove vive e lavora. Psichiatra e psicologo, analista transazionale didatta, direttore dell'Istituto Eric Berne, ha diffuso insieme a Carlo Moiso l'analisi transazionale in Italia. Caposcuola della corrente di psicoanalisi transazionale, ha pubblicato un centinaio di lavori sulla psicoterapia in Italia e all'estero, tra cui: Psicologia clinica dell'Io (Astrolabio, 1991); La sindrome di Pinocchio (FrancoAngeli, 1996) e L'approccio clinico dell'analisi transazionale (FrancoAngeli, 1998).